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Full text of "L'assassino del bell'Antonio"

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Paul Parfait 


L'assassino 
del bell’Antonio 


a cura di 
Luigi M. Reale 


In copertina 
La scoperta del cadavere 
illustrazione di Si/bowette (Adriano Minardi) 
“La Tribuna: supplemento illustrato della Domenica” 
anno I, num. 13, 26 marzo 1893, p. 104 


Paul Parfait 


L'assassino del bell’Antonio 


Questo è un libro izeBook nativo digitale. 


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Licenza Creative Commons 
Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 


4.0 Internazionale (CC BY-NC-ND 4.0) 


Copyright © 2023 Luigi M. Reale, Foligno 
Prima edizione ineBook: 20 dicembre 2023 


Edizione fuori commercio 


Nessuna copia può essere venduta. 


Paul Parfait 


L'assassino 
del bell’Antonio 


a cura di Luigi M. Reale 


ineBook 
2023 


Edizione originale: L assassin du bel Antoine 
Paris, Michel Lévy frères éditeurs, 1873 
Copia digitalizzata in Gallica - Bibliothèque numérique 
de la Bibliothèque nationale de France: 


gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k58537561 


Il numero 7 di via delle Tre Corone a V. è 
occupato da un imponente edificio la cui facciata 
polverosa desidera invano da molti anni 
un’imbiancatura. Un cartello di lamiera lo segnala 
da lontano all'attenzione dei viaggiatori, cartello 
dove, sotto le cicatrici del tempo e il lavacro della 
pioggia, appena si distinguono le iniziali di queste 
parole: 


AU 


AA, 


ROUGE 


e, fra le due parole, un tricorno del colore indi- 
cato. Per fortuna, il cartello, ripetuto sulla fac- 
ciata, si riesce a decifrare più facilmente tra le fine- 
stre del primo piano, e il significato è chiaro da 


questa esplicita frase che si legge al di sotto: 


Panfilo, ristoratore, locanda 


e rimessa per cavalli. 


"Ira le due entrate che danno accesso 
all'albergo, il varco carrabile da un lato e dall’altro 
una porticina rialzata di due gradini, si estende a 
pianterreno un ampio salone comune doppiato 
da una sala più piccola e da una cucina con 
finestre che affacciano sul cortile. La sala piccola 
non riceve che rari visitatori, mentre la grande, 
dove si svolge l’andirivieni della casa, si anima 
soprattutto allora dei pasti e anche la sera, 
quando gli ospiti di passaggio insieme a pochi 
avventori si rilassano mischiando le carte o 
sbattendo le tessere del domino sul marmo. 

Attraverso l’entrata carrabile si raggiunge il cor- 
tile dell'albergo passando davanti alla cucina. La 
porticina dà accesso a un corridoio separato dalla 
sala comune da una grande finestra coperta da 


tende sbiadite, che un tempo erano di colore rosa. 


Vi si appoggia il modesto bancone della pa- 
drona di casa, di modo che, guardando indietro a 
ogni rintocco del campanello azionato dalla 
mezza porta dell'ingresso, attraverso lo spiraglio 
delle tende si può osservare l’andirivieni. 

Se di giorno la vetrata, che occupa un lato della 
sala, vi diffonde la luce, la sera al contrario riversa 
sul corridoio esterno il bagliore delle lampade con 
cui è illuminato il salone. In fondo al corridoio, 
una scala un po’ ripida sale alle camere numerate 
del primo piano, tutte affacciate sulla strada, 
mentre il corridoio è aperto sul lato del cortile da 
una fila di antiche finestre del tipo “a 
ghigliottina”. 

Sotto queste finestre, domina all’esterno una 
tenda da sole che protegge l’ambiente della cucina 
e arriva sulla destra fino ad un hangar piuttosto 
basso, che assolve alla doppia funzione di rimessa 
e di granaio per il foraggio. Se Panfilo, l'oste del 
Cappello Rosso, fosse stato più sveglio, forse 


avrebbe alzato di qualche metro il muro su cui era 


addossato il suo hangar; questo muro confina in- 
fatti con un vicolo solitamente affollato di car- 
rozze e vetture, sia per i clienti dell'albergo che di 
un'officina vicina, per cui sarebbe stato un gioco 
scalarlo e, costeggiando la tenda da sole, raggiun- 
gere una delle finestre interne dell'abitazione. 

Vero è che il malfattore, che si fosse messo in 
testa di eseguire questa facile ginnastica, avrebbe 
rischiato di avere come spettatori le persone allog- 
giate nell’edificio principale che fiancheggiava il 
lato sinistro del cortile e le cui parti inferiori erano 
occupate dalle scuderie, a meno che però il galan- 
tuomo, conoscendo le abitudini del luogo, non 
avesse scelto proprio di fare il colpo nel momento 
in cui, benché i passanti fossero già diventati rari, 
la servitù era ancora tutta occupata. 

Ma queste sono tutte supposizioni gratuite, 
che non sarebbero mai venute in mente all’oste 
Panfilo, perché V. è una città tranquilla, dove ci si 


potrebbe facilmente convincere che non ci siano 


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delinquenti, d’altronde i tribunali hanno poco da 
fare. 

Poiché il Cappello Rosso è un po’ distante dalla 
grande piazza dove si tiene il mercato del grano 
del giovedì, e coltivatori e commercianti di grano 
non abbandonano volentieri la cerchia ordinaria 
delle loro transazioni, di conseguenza l’albergo ri- 
ceve un vantaggio minimo dall’animazione che 
questo evento settimanale diffonde nel resto della 
città. 

Così, l 11 ottobre alle cinque e mezza di sera, i 
rari avventori seduti nella sala comune hanno po- 
tuto notare meglio l’ingresso di un viaggiatore 
che, per l'aspetto, contrastava con il tenore abi- 
tuale dei frequentatori del posto. 

Era un giovane sui trent'anni, che calzava un 
berretto di taffetà leggero, un po’ polveroso come 
quello di un viaggiatore che viene da lontano. 
Portava, sopra la giacca scura, una casacca blu 
come i contadini di passaggio in città, ma era fa- 


cile distinguerlo per una certa cura dell'aspetto 


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oltre che per il candore del viso e delle mani, in- 
fatti lo straniero indossava un vestito che non gli 
era abituale. Si poteva supporre, e alcuni non 
mancarono di farlo, che si fosse messo quella ca- 
sacca per essere notato di meno quel giorno nel 
traffico della folla. 

Il giovanotto era sembrato per un momento 
indeciso prima di varcare la soglia. Scrutava 
l’ambiente con attenzione, come chi cercasse di ri- 
conoscere qualcosa. Alla fine, probabilmente sod- 
disfatto dell'esame, decise di entrare nella grande 
sala al piano terra dove anzitutto si fece servire un 
bicchierino di cognac. Nel frattempo gettò il ber- 
retto su una panca vicino a sé e parve continuare 
all’interno l’ispezione iniziata fuori. 

Il viaggiatore, togliendosi il cappello, aveva ap- 
pena scoperto una fronte leggermente alta con 
tempie depresse su cui erano appiattite due 
ciocche di capelli corti tagliati dritti con rigore mi- 
litare. Un baffetto bruno accompagnato da un 


neo sulla fossetta del mento contribuivano non 


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poco ad aumentare il fascino marziale del 
personaggio. 

Quello che distingueva essenzialmente la sua 
fisionomia era uno strano carattere di fermezza. 
Accanto a occhi azzurri di estrema dolcezza, le 
linee severe del viso mostravano però anzitutto la 
risolutezza e il vigore. 

All'improvviso la porta d’ingresso si aprì di 
nuovo, spinta da un ragazzone imberbe, con un 
abito indossato di fresco, ben proporzionato, 
dalle spalle squadrate. 

— Ecco, il bell’Antonio!... Antonio! Buona- 
sera, Antonio!, ripeté un coro di voci. 

— Un momento, un momento, disse il nuovo 
arrivato imponendo loro il silenzio con un gesto, 
bando alle chiacchiere. 

E andando dritto dall’albergatore, contento di 
rivederlo: 

— Vecchio Panfilo, avete abbastanza per met- 
termi a letto stasera? Sono trattenuto qui in 


questo cane di paese. 


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— Perbacco, di quante stanze avete bisogno? 

— Una sola, burlone! 

— E non cenerete? 

— Vedremo più tardi. Per il momento, mi ri- 
servate un letto? 

— Beninteso! 

Il giovanotto uscì con la stessa rapidità con cui 
era entrato e in mezzo alle stesse voci: 

— Fanno affari, eh, queste persone? dice un 
avventore per ragionare. 

— A volte guadagna più lui in un giorno di 
mercato che voi in un anno, vecchio mio. 

Lo sconosciuto, che sembrava pensarci, fece 
un cenno a Panfilo. 

— La Sè libera? 

— Al primo piano? chiese l’albergatore, stu- 
pito di vedere che uno sconosciuto conoscesse 
casa sua. 

— Sì, al primo piano. 

— La stanza è libera. 


— La prendo. 


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— Il signore ha bagagli? 

— No. 

Ci fu un silenzio dopo il quale il viaggiatore 
continuò: 

— Potreste darmi carta e penna? 

Panfilo si dileguò e tornò un istante dopo con 
gli oggetti richiesti. Il viaggiatore tracciò di fretta 
qualche riga su un quadrato di carta che piegò 
con cura. Dopodiché si alzò, rimise il berretto e 
uscì. Un uomo era disteso su una panca di pietra 
accanto alla porta. Andò da quest'uomo, lo toccò 
sulla spalla e, dopo qualche parola scambiata, gli 
mise in mano, insieme al biglietto che aveva ap- 
pena scritto, diverse monete. 

Quello, tutto insonnolito, annuì, come se 
avesse capito; poi lo spinse più avanti, nella via 
della Tre Corone, e girando nella prima svolta a si- 
nistra, si immerse nella via di Parigi, che conduce 
dritto al cuore della città. 


Il proprietario del Cappello rosso, che dalla sua 


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porta assisteva a questo breve colloquio, non gli 
diede però molta importanza. 

Il suo ospite si era appena acceso un sigaro 
mentre passeggiava lungo il marciapiede con aria 
molto rilassata. Ben presto, tuttavia, iniziò a ma- 
sticare il tabacco arrotolato, in modo molto di- 
verso da uno che stia godendo le delizie del fumo. 
Fece tre passi e si voltò di nuovo, fissando lo 
sguardo nel punto in cui era scomparso quello 
con il biglietto; alla fine, non potendo più resi- 
stere, gettò via da sé il sigaro appena consumato, 
imboccò a sua volta nella via di Parigi e scomparve 
sulle orme del suo messaggero. 

Quando lo si rivide di nuovo mezz'ora dopo, 
sulla strada per l'albergo, aveva ancora lo stesso at- 
teggiamento sospettoso. Camminava a testa bassa, 
rasentando i muri, come chi abbia il timore che si 
possa intuire nel suo incedere e nei suoi linea- 
menti il segreto di qualche struggente emozione. 
Il giovane Toussaint, che lo incontrò sulla soglia, 


fu colpito dallo strano luccichio dei suoi occhi. 


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Per il resto, salì subito in camera; comportamento 
che fece fare alla moglie di Panfilo questa osserva- 
zione: che lo straniero sembrava abbastanza pre- 
occupato di non farsi vedere in faccia. 

Dopo un'ora, però, lo sconosciuto riapparve 
nella sala e si fece servire la cena. Saranno state 
quasi le otto e il fuoco rossastro delle lampade ap- 
pese qua e là nel salone cominciò a vincere 
l’ultimo pallore crepuscolare che arrivava 
dall’esterno. Il commensale aveva appena finito la 
sua minestra e un relativo silenzio regnava nei 
gruppi sparsi, quando il bell’Antonio entrò al- 
legro, con quell’ingenua libertà di modi di uno a 
cui non è mai mancato nulla. Scambiò i saluti con 
alcuni ospiti dando vigorose strette di mano. 

Alla vista del giovane, l’oste era uscito dalla cu- 
cina e accorreva, salvietta alla mano, rosso, ro- 
busto, sorridente. 

— Eh bene, sono io, il mio caro Panfilo, disse 
ad alta voce il nuovo arrivato; allora, mi farai un 


buon trattamento? 


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E, dicendo questo, gli dava in confidenza una 
pacca sulla spalla; e l'oste Panfilo, deliziato da 
tanto onore, arcuava la schiena come un gatto 
quando viene accarezzato. 

— AR! proseguì felice, che bella giornata! Can- 
terei per un niente. Suvvia, servimi presto e ri- 
diamo insieme! 

Il giardiniere Floquart, accucciato nel suo an- 
golo, reggeva tra i denti, come al solito, la corta 
pipa rossa. 

— Cè gente troppo allegra, disse filosofica- 
mente gettando da parte uno schizzo di saliva, c'è 
gente troppo allegra, fa male! 

L'oste Panfilo poteva sorridere. Non era una 
soddisfazione da poco, anzi, per un albergatore 
d'ordine... diciamo di second’ordine, per non fe- 
rirlo, poter annoverare tra i suoi clienti il figlio di 
uno dei possidenti più ricchi del paese. 

Quando il vecchio Férou era a lungo costretto 
a letto dalla malattia, fu Antonio che, sebbene an- 


cora molto giovane (non aveva vent’anni), si occu- 


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pava di tutti gli affari della fattoria, sovrintendeva 
ai lavori, vendeva, comprava e, almeno una volta 
alla settimana, veniva, o a Parigi o a V., per combi- 
nare grossi affari al mercato. 

Una certa regolarità dei lineamenti, ma soprat- 
tutto quella solida complessione che è la suprema 
bellezza dell’uomo dei campi, gli avevano fatto 
guadagnare il soprannome con cui più comune- 
mente veniva chiamato. Senza dubbio una pa- 
droncina, guardandolo, non avrebbe trovato 
troppo giustificato questo soprannome, nono- 
stante i suoi occhi chiari e i denti bianchi; ma non 
era alle padroncine, dopotutto, che il 
bell’Antonio doveva piacere. 

Si mise seduto rumorosamente, lanciando una 
parola a destra, una parola a sinistra; poi, rivolgen- 
dosi all’oste che gli era rimasto in piedi davanti: 

— Oh bella! Caro il mio Panfilo, perché sgrani 
così tanto gli occhi? Sono forse una curiosità? Il 
fatto è che sto diventando raro. È così comodo 


rientrare a casa e trovarci la tavola apparecchiata, 


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senza essere costretti a spiluccare gli avanzi in cu- 
cina, e trovare il tuo letto, i cui materassi hanno la 
particolarità di farti riposare, mentre quelli di casa 
ti sfiancano. Così, vedete, caro mio, quando ora 
posso tornare abbastanza presto a Fresnois, non 
cè pericolo che io dorma qui. Oggi avevo molto 
da fare; mi sono attardato; è un peccato! Non è 
colpa mia se mi fermo nella tua locanda, vero 
come ti dico. Ma sarei arrivato a casa a notte 
fonda, uffa, e sono così stanco! 

Il bell’Antonio distese le gambe. 

— E voi siete contento del mercato? 

— Contento? Sì, contento, disse il giovane 
contadino con aria sorniona, come se parlasse fra 
sé. Allo stesso tempo, con un gesto impercettibile 
e quasi meccanico, assicurò con la mano la cin- 
ghia di una borsa che spuntava dal lato sinistro 
della blusa. 

Panfilo ebbe uno dei suoi sguardi eloquenti 
che valgono più d’una frase. Lo sguardo di Pan- 


filo si poteva tradurre così: 


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— Questi fortunati dei Férou, hanno dei bei 
soldi! 

— Oh questa! riprese a voce alta il 
bell’Antonio, si mangia finalmente per davvero 
qui? Ho una fame da lupo! 

— Eccome, non si mangia? Fece l’oste con il 
grembiule; come vedi abbiamo un commensale. 

— Sì, brontolò tra i denti il giardiniere Gianni 
Floquart, un commensale senza mensa! 

Su questa battuta, che lo fece piacevolmente 
sorridere, brindò con il suo compagno, il vicino 
cocchiere. 

— È la tua vista che gli toglie l'appetito? disse il 
bell’Antonio, ridendo di Floquart. 

Rispose allora il cocchiere: 

— Sembrerebbe invece che sia la vostra, perché 
è appunto da quando siete entrato che ha perso 
l'appetito. 

Siccome una ragazza con le maniche rimboc- 
cate gli aveva appena messo davanti un piatto 


riempito fino all'orlo di zuppa fumante, il 


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bell’Antonio trovò più piacevole intingervi il cuc- 
chiaio che proseguire la conversazione. Floquart 
continuò con voce da ubriaco, riferendosi allo 
straniero: 

— OA! quanto al bere, per esempio, beve bene. 
Che tipo alterato! 

In effetti, lo sconosciuto, in preda a una sorta 
di febbre, dimenticando di toccare il cibo, con 
aria distratta svuotava spesso il bicchiere. 

— Sì, continuò Floquart, beve bene. E, con un 
gesto pieno di serena maestà: 

— Lo stimo, quanto al resto. 

Si alzò, con il bicchiere in mano. 

— Ecco, devo dirglielo. 

Il suo amico cocchiere cercò di trattenerlo per 
l'orlo della camicia, ma lo respinse con un “La- 
sciami in pace!”. 

E, avvicinandosi al tavolo dove stava lo 
straniero: 

— Dovete scusarmi, disse facendo toccare i 


bicchieri, me lo permettete?... 


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Il giovane, che si era alzato, ebbe un movi- 
mento di collera subito represso; si contentò di 
guardare dall’alto in basso il suo interlocutore. 

— Non vi arrabbiate! disse Floquart, ho pen- 
sato che da cliente abituale, e ne sono fiero, giusto 
Panfilo? ho pensato che fosse mio dovere fare a un 
estraneo gli onori di casa. 

Lo sconosciuto fece un cenno di ringrazia- 
mento. 

— Il buon vino fa buoni amici, disse piano 
l’ubriacone, senza rendersi conto che quello a cui 
si stava rivolgendo gli voltava le spalle; sono 
Gianni Floquart, di mestiere giardiniere... Con 
chi ho l'onore di parlare? Questa domanda cadde 
nel vuoto, perché il viaggiatore era già arrivato alla 
porta. Floquart lo guardò uscire con un indescri- 
vibile cenno del capo. 

— Non è un chiacchierone! gridò. 

Con quell’esclamazione, si era appoggiato 
all'angolo del tavolo dove il giovane si era fermato 


un attimo prima. L’ubriacone fece scorrere il suo 


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occhio stordito da un'estremità all’altra della sala. 
Davanti a lui, il bell’Antonio stava cenando di 
gusto e Floquart sembrava dare uno sguardo di 
approvazione a questo robusto appetito. 

Quando il contadino ebbe annaffiato il suo 
dessert con una tazza di caffè, si versò un bicchie- 
rino, riempì la pipa, che tirò fuori con cura da 
sotto la blusa, e passò la mano sugli occhi velati 
dalla fatica: 

— AR! disse, appoggiando i gomiti sul tavolo, 
e interrompendo la frase con uno sbadiglio, credo 
che farò un pisolino. 

E, voltandosi verso il ragazzo: 

— A proposito, Toussaint, se alle sei non fossi 
ancora sceso, non dimenticate di venirmi a 


svegliare! 


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II 


Verso le nove di sera, una donna, che avreste 
potuto vedere scivolare rapidamente nell’ombra, 
si fermò davanti alla porta dell’albergo. Era scru- 
polosamente avvolta in un largo impermeabile e 
un velo le copriva per discrezione il volto. Dopo 
essere rimasta ansimante a due passi dalla soglia, si 
assicurò, da una rapida occhiata dietro di sé, che 
nessuno l’avesse seguita; e con uno sguardo, 
prima, che il passaggio era libero. Così imboccò 
risolutamente il vicolo, salì le scale e percorse a 
tentoni il corridoio buio del primo piano. Trovò 
una porta socchiusa che si spalancò ai suoi passi. 
Lo sconosciuto le prese la mano e la tirò con forza 
nella sua stanza. 

— Elena! esclamò. 

Aveva spinto la porta dietro la sua visitatrice 
tremante. Con un brusco movimento, si tolse il 


velo e avrebbe voluto esclamare anche lei, ma il 


25 


nome di Giuliano non poteva che morire sulle sue 
labbra. 

Il giovane allungò le braccia; lei lo respinse, na- 
scondendo il viso tra le mani. Lui la fissò, muto, 
turbato. 

Elena poteva avere ventisei anni. Era bruna, 
snella, con un viso pallido finemente allungato, 
mani di rara eleganza, movimenti di squisita 
grazia. 

I suoi bei capelli neri, in apparenza ignari della 
moda, si disponevano in bande lisce su entrambi i 
lati della fronte. Noi non insegneremo alle donne 
che questa semplicità di acconciatura richiede una 
rara bellezza; eppure non era per civetteria che 
Elena li portava, ma solo per un inutile tentativo 
di rinunciare agli ornamenti mondani. 

Era facile, infatti, notare nella giovane donna, 
se non il completo disinteresse per il vestiario, 
perché il suo abbigliamento era sempre molto cu- 
rato, almeno una scarsa preoccupazione per i ca- 


pricci della moda. Non indossava altro che il nero. 


26 


Una cara amica che l'aveva persa di vista da 
qualche tempo, le chiese un giorno: 

— Quindi sei in lutto? 

— Sì, rispose con un amaro sorriso, in lutto 
per i miei ricordi. 

Questa parola da sola dovrebbe farci conoscere 
Elena meglio di tutte le descrizioni della sua per- 
sona e del suo carattere, perché è come la chiave 
che ci apre gli abissi di questa giovane anima. 

Elena era una bambina quando suo padre 
morì. Cresciuta dalla madre, ne fu adorata e per 
molto tempo ha ricambiato il suo affetto incondi- 
zionato. Il momento in cui un nuovo sentimento 
cominciò a competere con questo calmo affetto 
nel suo cuore risale a un breve soggiorno che fece 
vicino a V., con una delle sue compagne. 

Questa ragazza aveva un fratello che di tanto in 
tanto invitava degli amici di Parigi a passare 
qualche giorno nel loro villaggio, allo stesso modo 
in cui a sua sorella era permesso farlo con i propri 


amici. 


27 


Uno di loro fu molto colpito dalla grazia di 
Elena. Non glielo mostrò, però, nemmeno con 
banali attenzioni. Infatti, anziché giovargli, il 
disagio, che due o tre volte aveva provato vicino a 
lei le faceva credere, a prima vista, che fosse solo 
maldestro. 

Accadde tuttavia che, proprio il giorno in cui 
Elena doveva tornare da sua madre, la mattina 
partirono per una lunga escursione, e il caso volle 
che i due giovani si trovassero uno di fronte 
all’altro nella stessa vettura. Elena ne fu tanto più 
infastidita in quanto gli occhi del suo vicino, poco 
sensibili al fascino del paesaggio, non smisero un 
momento di stare fissi su di lei. La ragazza ne con- 
cepì una forte impazienza, che cercò di mostrare 
con i suoi atteggiamenti e che alla fine riassunse, 
al ritorno, con un gran sospiro di soddisfazione. 

Il suo insopportabile ammiratore aveva mal 
compreso quegli atteggiamenti, aveva frainteso il 
significato di quel sospiro? Comunque, al mo- 


mento di lasciare la carrozza, si precipitò per 


28 


primo ad aiutare Elena a scendere. Quest'ultima, 
mentre appoggiava la punta dello stivale sulla pe- 
dana, avrebbe voluto dargli la mano, ma la ritirò 
rapidamente: aveva osato premerla nella sua! Uno 
sguardo di Elena folgorò il giovane sfortunato. 
Fece un passo indietro impallidendo e disse: 

— Mi scusi, signorina! 

Queste furono le uniche parole che si scambia- 
rono quella volta. 

Qualche tempo dopo, Elena ricevette la visita 
di Clarissa (questo era il nome della sua amica). 

Clarissa le disse: 

— Mia cara amica, devo mostrarti una cosa. 

Estrasse dal suo quaderno di madreperla un 
delizioso piccolo disegno al tratto e glielo pre- 
sentò, chiedendo: 

— Che ne dici? 

Elena lo guardò con stupore, perché era il suo 
stesso ritratto. 


— Stai cercando, disse Clarissa sorridendo, da 


29 


dove viene questo bel quadro. È l’opera dell'amico 
di mio fratello che hai visto l’altro giorno a casa. 

— Chi? Quel tale con i baffetti? 

— Proprio così. 

Elena gettò di nuovo il ritratto sul tavolo. 

— Cosa cè? chiese Clarissa. 

— Ma io... trovo questo signore molto 
impertinente. 

— Bah! proseguì Clarissa, l’impertinenza sa- 
rebbe stata quella di tenerlo; ma no. La sua prima 
parola, quando l’ho sorpreso a finire questo affa- 
scinante schizzo, è stata: “Signorina Clarissa, stavo 
lavorando per voi”. Ma vedi quindi, non è affatto 
male per essere fatto a memoria. Elena si degnò di 
dare un’occhiata al ritratto che la sua amica le por- 
geva. Tutto sommato, era un ritratto molto gra- 
zioso. Chi lo sa! un po’ lusinghiero forse, cosa che 
le fece provare una certa indulgenza per l’autore, e 
la serenità tornò a poco a poco sul suo viso. 

Domandò e venne a sapere che il giovane in 


questione si chiamava Giuliano Grandier, che era 


30 


pittore, viveva della sua arte ed era l’unico so- 
stegno di una vecchia zia che da sola formava tutta 
la sua famiglia. Clarissa non mancò di aggiungere 
molti dettagli lusinghieri sull’amico di suo fra- 
tello, più di quanto fosse probabilmente neces- 
sario per eccitare l’attenzione di Elena, direi quasi 
il suo interesse, se non avesse testimoniato, a più 
riprese, quanto fosse ferita dal comportamento 
dell’artista. Promise fermamente a sé stessa di far- 
glielo sentire alla prima occasione. E l'occasione 
non poteva mancare ad una delle visite che 
avrebbe fatto a Clarissa. 

La prima volta, però, la ragazza non incontrò 
Grandier, come si aspettava. Ne fu molto contra- 
riata, perché aveva preparato per lui due o tre frasi 
ad eftetto, sulle quali, in cuor suo, contava molto. 

Elena fu più felice la volta successiva. Poiché 
era venuta per passare tutta la giornata con la sua 
amica, ci fu un momento prima della cena in cui, 


essendo la giovane sola in un salottino che dava 


31 


sul giardino, entrò Grandier con un album in 
mano. 

— Siete un pittore, signore? Gli disse Elena, 
dopo un semplice scambio di convenevoli. 

— Sì, signorina, io dipingo paesaggi... 

— AR! disse Elena con tono di comprensione, 
pensavo che foste un ritrattista. 

Girò la testa dall'altra parte come un arciere 
troppo sicuro della freccia che ha appena 
scagliato. 

— Signorina... ve l'hanno detto..., balbettò il 
giovane, stringendosi le mani. 

— Meglio ancora, mi è stato mostrato... Sapete 
che questa è un'arte terribile, che permette al 
primo venuto di monopolizzare in qualche modo 
l’immagine di una ragazza, così bene che nulla gli 
impedisce di usare quell'immagine per soddisfare 
la propria vanità. 

A queste parole, Grandier aveva cambiato 
sguardo. Incapace di articolare una parola, fece 


solo un vigoroso gesto di diniego. 


32 


— Il dono di un ritratto non è un segno del 
più sincero affetto? Proseguì Elena senza guar- 
darlo. Nemmeno tutti gli amici ne hanno lo 
stesso diritto. 

In quel momento il giovane era dietro di lei. 
Era contento di non essere esposto al fulgore del 
suo sguardo e ad un tratto ebbe uno slancio 
estremo. 

— La parola ‘amico’ vi è affiorata alle labbra!, 
disse forte. 

— Se vi degnate di permettermelo... 

La bambina bruna raccolse tutta la freddezza 
che poteva trovare in sé stessa per lanciare questa 
frase gelida a Giuliano... 

— Non permetto a nessuno di 
compromettermi. 

Calò un attimo di silenzio. Di fronte a Elena, 
uno specchio appoggiato alla parete rifletteva il 
fondo della stanza. Istintivamente alzò lo sguardo 
e vide, con una sorta di stupore, Giuliano pallido 


e quasi barcollante dietro di lei. La giovane sentì 


33 


una strana agitazione. Si mise davanti a Giuliano 
veloce come un lampo e, tendendogli la mano, 
con una voce carica di spontanea emozione: 

— AR! Signore, disse lei semplicemente, vi ho 
fatto del male! 

Giuliano, deliziato, all'improvviso trasfigurato, 
la guardò con occhi umidi. Le loro mani si sta- 
vano quasi toccando. Si sentì un rumore di passi. 
Si separarono. 

Il giorno dopo Elena, pensando a Dio sa cosa, 
era in piedi davanti alla finestra, con la fronte pre- 
muta contro il vetro, quando un tremito la fece 
indietreggiare. Aveva appena visto Giuliano pas- 
sare sul marciapiede opposto. Il giovane se n'era 
accorto senza dubbio, perché quando passò di 
nuovo un momento dopo era l’unica finestra 
dove i suoi occhi erano fissi. Elena, tuttavia, evi- 
tava di mostrarsi. Era nascosta dietro la tenda che 
aveva lasciato cadere, poté vedere, senza arrossire, 
che Giuliano non aveva davvero un brutto 


aspetto. Le sembrava persino affascinante guar- 


34 


darlo senza essere vista; era così affascinante che 
non aveva fretta di farlo di nuovo il giorno dopo e 
anche nei giorni successivi. Solo che, un bel mat- 
tino, il giovane non apparve più; allora lei pensò 
che fosse tornato a Parigi. È lo stesso; tornava an- 
cora alla finestra di tanto in tanto, oh forza 
dell'abitudine! e le sembrava a poco a poco che le 
mancasse qualcosa che esitava a definire. 

Una domenica mattina, entrò in chiesa e si di- 
resse verso l’acquasantiera per immergervi le dita, 
quando, con un movimento che sua madre non 
sapeva spiegare, il libro della messa le scivolò dalle 
mani. La ragazza confusa fece finta di chinarsi; 
ma, più in fretta di lei, un giovane, che stava in 
piedi vicino alla colonna, prese il libro e glielo 
porse rispettosamente. 

Se la signora Colomban fosse stata meno as- 
sorta nei suoi pensieri religiosi, forse non le sa- 
rebbe sfuggito il turbamento estremo dei due gio- 
vani. Riprendendo dalle mani di Giuliano il suo 


messale caduto, Elena trasalìi, perché sentì il fru- 


35 


scio di un foglio sotto la copertina del libro. Per 
un momento ebbe l’idea di gettare via da lei 
quello che giustamente supponeva essere un bi- 
glietto del giovane; ma la paura di vederlo cadere 
in mani estranee la trattenne. In mancanza di 
qualcosa di meglio da fare, lo infilò tra le pagine 
del libro, enumerando coscienziosamente tutte le 
ragioni che potevano giustificare un'azione così 
meschina. 

Siamo sinceri: per quanto malvagia fosse 
l’azione, Elena non rimpiangeva d’averla fatta. Si 
aspettava di leggere grandi frasi: fu stupita 
all’inizio, poi incantata dal tono di semplicità di 
questa lettera. Nessuna parola forte, nessun lucci- 
chio, niente se non rispettoso con una leggera sfu- 
matura di amarezza. Se la tenerezza appariva, era 
più nel tono generale che nelle parole. 


Una nota aggiunta alla lettera recitava: 


“Domenica prossima ci sarà un biglietto 
simile a questo sotto il vostro 
inginocchiatoio. Se lo lasciate lì, saprò 


36 


trovare il coraggio di mettere fine a dei 
tentativi che sarebbero importuni per 


39 


VOI . 


Questo post-scriptum fu molto imbarazzante 
per Elena. Per quanto educata, era una vera ri- 
chiesta, e il suo corrispondente le lasciava solo 
otto giorni per decidere. Non cercheremo di se- 
guire, durante questi otto giorni, tutte le brusche 
inversioni della sua mente. A volte giurava a sé 
stessa che non avrebbe in alcun modo incorag- 
giato passi di cui sua madre non era ancora a co- 
noscenza; altre volte, dolcemente commossa 
dall’accento sincero del giovane, si chiedeva se 
avesse il diritto di spezzare un cuore che sembrava 
battere solo per lei. 

Che l’esitazione sembri lecita o meno, sarebbe 
stato crudele, in un caso così complesso, rimpro- 
verare Elena per la strada che aveva seguito. 

Era una donna, dopo tutto, il che significava 
che era debole, desiderosa di nuove esperienze, 


curiosa. Arrivò la domenica e lei lesse ancora una 


37 


volta, prima di andare a messa, la lettera che aveva 
tenuto con sé; allora Elena fece quello che, temo , 
molti avrebbero fatto al suo posto; mentre sua 
madre si velava il viso in contemplazione, fece sci- 
volare tremante la mano sotto la copertina del 
libro di preghiere. Un piccolo chiodo provviden- 
ziale tratteneva il biglietto al suo posto. 

Poiché era piegato in proporzioni minime, 
Elena riuscì a trattenerlo senza difficoltà tra le sue 
dita fini; poi riprese il libro, ma non riusciva più a 
leggerne i caratteri. Davanti a sé, non riusciva a ve- 
dere che, attraverso una specie di nebbia, gli assi- 
stenti, il coro e l’altare. 

Credendo che occhi invisibili la fissassero, 
Elena voleva fuggire, nascondersi, restare sola; ma 
il dovere la inchiodava alla sedia; doveva rimanere 
immobile accanto a sua madre, pallida, con il bi- 
glietto stropicciato in mano. 

Non sarebbe superfluo, senza dubbio, trascri- 
vere qui questa lettera, così come le dieci o dodici 


che Elena ricevette allo stesso modo, per far capire 


38 


come ciò che all’inizio era solo l'attrazione, direi 
quasi la sorpresa di un sentimento sconosciuto, 
possa diventare in tre mesi un vero e profondo le- 
game. Basta che Giuliano, per farsi amare, rac- 
conti a Elena le modeste occupazioni della sua 
vita laboriosa, le racconti le incertezze del suo pas- 
sato, quelle del suo presente, le confidi a poco a 
poco, con discrezione, come a un amico di cui 
non si hanno dubbi, le sue fantasticherie, le sue 
aspirazioni, le sue tristezze. 

Cè, in questo lasciarsi andare di un’anima che 
si apre spontaneamente a voi, un segno di fiducia 
commovente che i cuori delicati soprattutto sono 
fatti per apprezzare. Elena ne ha gustato il fascino. 
Si compiaceva prima di tutto di rafforzare mental- 
mente il giovane nelle sue ore di dubbio, di conso- 
larlo nelle sue ore di noia; e non le sembrò di fal- 
lire, il giorno in cui, cedendo alle sue suppliche, 
gli scrisse finalmente quello che da qualche tempo 
era così ben abituata a dirgli sottovoce. 


Fu una gioia ineffabile per Giuliano ricevere la 


39 


prima lettera di Elena. Si sentì compreso. C'era 
davvero una comunione di anime tra la sua amata 
e sé stesso. Nel suo entusiasmo, scrisse alla gio- 
vane, dicendole che avrebbe potuto realizzare il 
suo sogno, che nulla più sembrava essere d’osta- 
colo, e che aspettava solo il suo permesso per an- 
dare a confessare il loro sentimento alla signora 
Colomban. 


Elena rispose: 


«Signore, 

tocca a me fare una confessione a mia 
madre di un sentimento che non 
avrebbe mai dovuto esserle nascosto. 
Smetta d’ora in poi di farmi pervenire 
qualsiasi biglietto, ma domenica 
prossima, dopo la messa, venga a casa di 
mia madre: le avrò parlato. Solo mia 
madre ha il diritto di decidere della mia 
sorte; da parte mia, non posso dirvi che 
una parola: Speranza! » 


Si può immaginare l'eccitazione di Giuliano 


40 


alla lettura di questo biglietto. Era decisamente 
gradito dalla ragazza; come poteva la madre non 
ratificare a sua volta questa scelta? Vide Elena alle 
ginocchia della signora Colomban, e quest’ultima 
che sollevava una bambina amata per stringerla 
tra le braccia. Vide anche sé stesso che spingeva la 
porta con mano tremante ed Elena che distoglieva 
la testa alla vista; ma la signora Colomban sembrò 
salutarlo amichevolmente con gli occhi; la sua 
bocca gli sorrise addirittura. Gli tese la mano di- 
cendo: “Figlio mio!” e tutti e tre avevano gli occhi 
umidi... 

Finalmente arrivò l'attesa domenica. Giuliano, 
pieno di confusione, riuscì a spingere la porta 
come in sogno. Elena, che era lì in piedi, voltò la 
testa... come nel suo sogno! Soltanto, credette di 
vedere che lei gli voltava la testa per nascondere le 
lacrime. Poi una donna alta e asciutta si alzò dalla 
poltrona dove era seduta e con un tono che gli 


fece venire un brivido nelle vene disse: 


41 


— AR! lei è il giovane in questione... quello che 
vuole sposare mia figlia? 

Giuliano si inchinò. 

- È molto bello fare del romanzo, disse la si- 
gnora con tono secco, è molto bello! 

Diceva questo con l’aria di chi non ci crede af- 
fatto, ma è disposto a fare una concessione. 

- Sì, è molto bello! Soltanto, come non si vive 
di “amore mio bello” né di “ti adoro”, conviene 
prima di tutto andare al dunque... Volete 
accomodarvi? 

Se quest’ultimo invito gli fosse stato fatto da 
un presidente di una corte d’assise, Giuliano non 
ne sarebbe rimasto meno turbato. 

— Vediamo, chiese la signora Colomban 
quando ebbero preso posto, che cosa fate? 

— Io dipingo. 

— Oh sì, me l'ha detto mia figlia. È molto 
bella, la pittura; ma voglio dire, la vostra condi- 


zione, di che cosa vivete? 


42 


— La mia condizione, ma... è quella di dipin- 
gere, disse Giuliano, spalancando gli occhi. 

— Ah bah! esclamò la signora Colomban, non 
meno stupita, facendo il gesto di spennellare, e 
voi vivete di questo? 

Giuliano strinse le labbra, tremando un po. 

Ci fu un momento di silenzio imbarazzato. Il 
povero ragazzo aveva fatto così tanto per conte- 
nersi fino a quel punto che gli vennero le lacrime 
agli occhi. 

— Mio Dio, signora, disse con voce com- 
mossa, ammetto che è un mio grande torto non 
essere milionario; ma noi altri artisti abbiamo al- 
meno la consolazione del soldato, perché anche 
noi abbiamo il bastone del maresciallo nella no- 
stra giberna. A ognuno può arrivare un giorno la 
celebrità, media o grande, e la fortuna con essa. 
Lavorerò così duramente che alla fine otterrò il fa- 
vore del pubblico come qualsiasi altro. E quando 
mi dico che non è più solo per me che lavoro, che 


è anche per una donna amata... 


43 


— Ta ta ta! interruppe la signora Colomban, 
bando ai discorsi; quanto guadagnate? 

— È difficile per me fissare una cifra, a volte di 
più, altre di meno, dipende se l’anno è buono o 
cattivo, da tre a quattromila franchi, presumo. 

— Mettiamo tre... E in questo consiste il vo- 
stro patrimonio? 

— Godo inoltre d’una piccola rendita lascia- 
tami da mio padre... un migliaio di franchi. Tutto 
questo è ben poca cosa, lo so; ma se la signorina 
Elena si sente lo stesso coraggio che ho io... 

Elena stava per parlare. Sua madre, con un 
cenno, le impose il silenzio. 

— Se lei stessa, signora, continuò timidamente 
Giuliano, fosse in grado di aggiungere anche solo 
un po’ alle nostre modeste risorse... 

— Mio marito, disse la signora Colomban, mi 
ha lasciato appena di che vivere; e non posso dare 
nulla a mia figlia. Quindi, se so contare, tre più 
uno... sono quattromila franchi al massimo di cui 


disponete per provvedere alle necessità della fami- 


44 


glia. Quattromila franchi, un pezzo di pane a Pa- 
rigi! E tutto dipende dalla fortuna. 

Si accorse senza dubbio dello stupore che le 
sue parole provocarono sul volto di Giuliano, 
perché continuò con un tono più morbido: 

— Vi sembrerò molto difficile, signore, soprat- 
tutto per la mia situazione finanziaria. Ma, per il 
fatto stesso che mia figlia non ha nulla, è ancora 
più imperativo, ai miei occhi, darla in sposa solo a 
un uomo che possa largamente provvedere a man- 
tenerla e possieda abbastanza da non doverle mai 
rimproverare di essere entrata in casa sua a mani 
vuote. Potreste dire che sono ambiziosa. Ho 
un’'ambizione, in effetti, che è quella di vedere la 
mia bambina felice, libera soprattutto da tutte le 
preoccupazioni che la necessità procura; così, 
finché avrò vita, piuttosto che sposarsi male, 
Elena resterà zitella. 

Queste ultime parole erano state pronunciate 
con una tale decisione, si sentiva in esse una vo- 


lontà così ferma, che Giuliano ne fu come stor- 


45 


dito, e rimase per qualche istante a raccogliere i 
suoi pensieri. 

— Signora, disse alzandosi all'improvviso, mi 
concedete due anni per farmi una posizione che 
plachi tutte le vostre preoccupazioni materne? 

— Due anni sono molto lunghi, e chissà se du- 
rante questo periodo... 

— Diciotto mesi?, disse risolutamente il 
giovane. 

La signora Colomban, voltandosi verso Elena, 
incontrò gli occhi imploranti della figlia. 

— Ve li concedo, disse. 

Giuliano tirò un sospiro di soddisfazione. 

— Ora, continuò la signora Colomban, non 
cè bisogno che vi dica che, d’ora in poi, ogni rela- 
zione compromettente per mia figlia deve cessare. 
Non voglio, per il bene di Elena, tornare alle colpe 
di un passato che deploro; ma sono ansiosa che, 
finché non ci sarà nulla di nuovo, non ci siano più 
parole o lettere scambiate tra voi ed Elena. 


— Almeno, signora, mi permetterà di vederla? 


46 


— Sì, disse la signora Colomban, scuotendo la 
testa, tra diciotto mesi. 

Il giovane non poteva reprimere un moto di 
disperazione. Elena si precipitò verso di lui e, con 
un rapido gesto, gli prese la mano: 

— Coraggio! disse. 

La signora Colomban attirò la figlia verso di sé. 
Le due donne si tenevano strette l’una all’altra. 

— Signore, disse la signora Colomban indi- 
cando Elena, per pietà di questa bambina... 

— Me ne vado, disse Giuliano. Arrivederci, si- 
gnora! Arrivederci... Elena! 

La ragazza indovinò queste ultime parole piut- 
tosto che sentirle, tanto la gola dello sventurato 
era stretta dall'emozione. 

Quando lui fu uscito, lei si lasciò cadere su una 
sedia e scoppiò a piangere. 

Ah, neanche questo era l’esito che si aspettava, 
quando la mattina, balbettando la terribile con- 
fessione, si era appoggiata al petto di sua madre. 


Quel giorno, mentre si rannicchiava, le sem- 


47 


brava che le cose stesse gli sorridessero. E ora, 
quale disincanto, che amara tristezza! Non è stata 
anche colpa di entrambi? Da bambini, nel castello 
che ognuno di loro stava costruendo nella propria 
immaginazione, perché avevano fatto spazio solo 
al sogno e non alla realtà? Come l'architetto, ave- 
vano innalzato dei bei piani fino al cielo, solo che 
avevano dimenticato le scale. Non è stata colpa di 
entrambi? Elena se lo chiedeva davvero. 

Per fortuna, non si può piangere di continuo. 
Se le lacrime fossero meno rare, forse anche i 
cuori innamorati finirebbero per gustare meno il 
fascino pungente e struggente delle lacrime. Elena 
pensò che dopo tutto aveva il diritto di sperare; 
Giuliano era coraggioso e inoltre la amava; non 
era tutto quello che serviva per vincere? Costretta 
a rinunciare persino a vederlo, rileggeva le sue let- 
tere e poteva credere di sentirlo ancora. 

Un toccante richiamo d'amore! Era di dome- 
nica, al ritorno dalla messa, che Elena prese l’abi- 


tudine di scorrere queste pagine già note, come se 


48 


volesse persuadere sé stessa che non c’era nulla di 
cambiato, e che la lettera accartocciata che stava 
aprendo era ancora attaccata allo schienale della 
sedia. 

Solo una persona poteva darle notizie di Giu- 
liano, Clarissa, divenuta la confidente del loro 
sentimento reciproco. Lei sapeva dalla sua amica 
che il giovane aveva messo da parte i pennelli per 
tentare la fortuna in altri modi. Così, fu tenuta al 
corrente di tutti gli sforzi coraggiosi di Giuliano, 
sforzi tanto spesso vani, ahimè! 

Un giorno Clarissa gli diede dei fiori e le disse: 

— Saluto subito Giuliano. 

— Che era venuto a fare qui? 

— Il suo addio, disse Clarissa dopo un attimo 
di esitazione. 

— Se ne va? 

— Sì, non essendo in grado di trovare qui la 
condizione indispensabile per la vostra unione, ha 
deciso di andare a cercarla altrove. 


— Dove sta andando allora? 


49 


— In America. 

Elena aveva appena ricevuto un colpo dolo- 
roso. Si portò la mano agli occhi e la ritirò tutta 
umida. 

— Al momento della partenza, non avrai una 
parola d’incoraggiamento per il povero ragazzo? 
Le domandò Clarissa. 

— Sì! rispose forte Elena. 

E improvvisamente, risoluta, si avvicinò al ta- 
volo, intinse la penna nel calamaio e, su un foglio 
bianco, tracciò queste sole parole: 

“Giuliano, vi amo!” 

Poi, dando il biglietto all’amica: 

— Puoi consegnarli questo. 

Un leggero rumore si fece sentire dal lato della 
porta. 

— Ma, disse Clarissa, girando la testa a metà, 
chi ti impedirebbe di darglielo tu stessa? 

— Alui! 

— Perché no? disse Clarissa con un movi- 


mento significativo. 


50 


Elena, mossa da un presentimento segreto, si 
voltò bruscamente. 

Giuliano era in piedi davanti a lei. 

— Oh, perdonami, perdonami, Elena, se non 
ho potuto resistere al desiderio di vederti ancora 
una volta!... ma, al momento di lanciarmi in 
nuove imprese, al momento di intraprendere il 
mio viaggio, sapere che sei così vicina e non dirti 
neppure addio, sarebbe stato troppo crudele. 

— Ahimè! te ne vai, sospirò Elena. 

— Sì, parto! Ho l’idea che il destino che è stato 
così contrario a me fino ad ora sarà più favorevole 
altrove. Vado a cercare fortuna. E poi, ti devo con- 
fessare, mi sembra che il movimento mi farà bene. 
Qui, nella costrizione che mi impone la nostra se- 
parazione forzata, sto davvero soffocando. Ho bi- 
sogno di aria, di attività, di spazio... Ah, non è 
senza feroce combattimento che ho preso questa 
importante risoluzione; ma sarò più separato da 
te lì dove non sei, che qui dove sei e dove mi è 


proibito vederti? 


S1 


Elena ascoltò queste parole con gli occhi bassi, 
con un'emozione struggente. 

— Ah, gridò lei, alzando la testa in preda alla 
disperazione, pensate che anch'io non abbia bi- 
sogno di coraggio?! 

Poi, come se si vergognasse del sentimento che 
si era appena lasciato sfuggire, prese il viso tra le 
mani e lo tenne nascosto. In questo movimento, il 
biglietto che aveva ancora in mano le era sfuggito 
dalle dita. Clarissa fece segno a Giuliano di racco- 
glierlo. Il giovane aprì il foglio e ne lesse avida- 
mente il contenuto. Un incanto indicibile illu- 
minò il suo viso. 

— Elena, Elena! gridò, afferrando una mano 
della ragazza e portandosela alle labbra. Ah, ora 
posso andare! Con questo prezioso talismano, vo- 
glio sconfiggere il destino che si è messo contro di 
me. Caro talismano! dopo avergli dovuto la mia 
fortuna, ho anche intenzione di dovergli la mia fe- 


licità, perché io te lo presenterò un giorno al mio 


52 


ritorno, Elena, e ho fiducia in lui! ... Allora la- 
scerai cadere la tua mano nella mia. 

— Potete stare tranquilli, disse Clarissa sorri- 
dendo, questa confidenza resterà segreta. 

E, vedendo Elena barcollare: 

— Ma potete venire, Giuliano; scappate via 
presto! 

I giovani si scambiarono un ultimo addio. 

Il giorno dopo, Giuliano si imbarcò per le 
Americhe. Così i giorni passarono, e le settimane 
e i mesi. E i diciotto mesi scivolarono via e i due 
anni pure. 

Una mattina che la signora Colomban aveva 
appena ricevuto una visita inaspettata, chiamò 
sua figlia e la fece sedere accanto a lei: 

— Elena, la mia salute è da tempo vacillante. 
Non posso farmi illusioni sulla mia condizione. 
Non bisogna attendere l’ultimo momento per 
pensare alla propria sorte. 

— Mamma!, disse Elena in tono di 


rimprovero. 


53 


— Non potrei avere che una paura, se dovessi 
morire, proseguì la signora Colomban, una paura 
terribile di lasciarvi senza sostegno con risorse 
modeste come le nostre. Sia lodato il cielo, la vi- 
sita che ho appena ricevuto mi ha fatto svanire 
questa paura. 

A questo preambolo, l’ansia si era dipinta negli 
occhi di Elena. 

— Mi è stato offerto un ottimo partito per te, 
mia cara bambina. 

— AR! disse la ragazza con il gesto di chi abbia 
ricevuto un colpo al cuore. 

— Sì, un partito molto buono, proprio qui, 
un uomo posato, un magistrato, con buone rela- 
zioni, facoltoso e rinomato, che non guasta per 
nulla. Voleva sposarsi; gli hanno parlato di te. Ti 
ha visto, sembra, e ti trova adorabile. Infine, pare 
che, senza che nessuno di noi avesse dubbi al ri- 
guardo, la vostra unione era nell'ombra una cosa 


fissa, conclusa; bastava informarci. Questo è ciò 


54 


che siamo venuti a fare stamattina. Tra due giorni, 
scopriremo se le circostanze sono favorevoli. 

— E che intenderesti rispondere, madre mia? 

— Ma, ho intenzione di rispondere che per me 
va benissimo. 

La ragazza si fece coraggio. 

— Eppure, mamma, se la persona in 
questione... 

— Se a me piace, non cè dubbio che non 
piaccia anche a te. 

— Mase io stessa... 

— Basta così, disse la signora Colomban in 
modo brusco, interrompendo la conversazione. 

Elena abbassò la testa. 


Due mesi dopo, si chiamava signora Marcillac. 


55 


II 


È tempo di tornare ai due personaggi che ab- 
biamo lasciato faccia a faccia nella piccola camera 
della locanda del Cappello rosso. 

L’emozione iniziale li aveva ammutoliti. Giu- 
liano ruppe il silenzio. 

— Cara Elena! disse, andando verso la signora 
Marcillac, avete avuto pietà di me. Oh! grazie, 
mille volte grazie! 

— Sì, sono arrivata, disse Elena, e allo stesso 
tempo gettò lo sguardo inquieto attorno a sé, 
come se temesse di incontrare nella stanza altri 
occhi che quelli di Giuliano. È stato un passo 
molto imprudente da parte mia, molto avventato 
forse, ma ho sentito che vi dovevo delle 
spiegazioni. 

— Ahimè, non mi dovete nulla, Elena; avete 
appena il diritto di ricordare. 


— Non mi state accusando, vero? 


56 


— Io vi accuserei, povera bambina!, e di cosa? 
Mi avete aspettato lealmente per più di due anni, 
vi ringrazio per questo. Alla fine, la signora Co- 
lomban pensava di assicurare felicemente il vostro 
futuro sposandovi con un uomo che vi era scono- 
sciuto. Avevate il diritto di parlare contro la vo- 
lontà suprema di una madre, e ancora di più, di 
una donna morente? No, senza dubbio; ma se, 
per mia eterna disperazione, si potesse fare un tale 
sacrificio, non sareste ancora più da compatire di 
me? 

— Giuliano! mormorò Elena, soffocando un 
singhiozzo. 

Il giovane scosse la testa: 

— Vedete che so tutto! 

Ma lei disse forte: 

— Ah! solo io so cosa ho sofferto! 

Si lasciò cadere sul bordo del divano con le 
mani strette insieme, incurante delle lacrime che 
le cadevano dagli occhi e rotolavano vivacemente 


lungo la seta del suo corpetto. 


57 


Giuliano si sedette accanto a lei e le prese le 
mani: 

— Povera donna, piangete! Le lacrime fanno 
bene. Piangete, Elena! Tra poco mi racconterete le 
vostre sofferenze. Quale cuore le condividerebbe 
meglio? 

— No! disse la giovane bruscamente, parliamo 
invece di voi. Ho saputo del vostro ritorno da 
Clarissa, ma questo è tutto. Che cosa avete fatto 
lì? Che ne è stato di voi per così tanto tempo? 
Perché sono quasi quattro anni che avete lasciato 
Parigi. Sono quattro anni, vero? 

Aveva detto questo volubilmente, asciugan- 
dosi gli occhi, come qualcuno che cerca di ubria- 
carsi con le sue stesse parole. 

— Sì, quattro anni, sospirò Giuliano. Che cosa 
volete! Invano ho cercato la mia fortuna a Parigi. 
Non avevo ricevuto altro che delusioni ovunque. 
I miei ultimi risparmi si erano volatilizzati in ope- 
razioni di Borsa. Per gettarmi a capofitto nel com- 


mercio, ho coraggiosamente detto addio all’arte. È 


58 


una cosa difficile, sapete, scambiare per nuove oc- 
cupazioni quelle che sono state a lungo l’unico 
scopo della tua vita, di dominare i vostri gusti, di 
dimenticare le vostre aspirazioni, le vostre gioie, in 
una parola, di abbandonare improvvisamente il 
sogno per la realtà. L'ho fatto. Deciso a mettere le 
mani sulla sfuggente gallina dalle uova d’oro, sono 
partito una bella mattina per New York. La prima 
persona che ho incontrato lì era uno di quegli 
amici come ne abbiamo tanti noi parigini; direi 
uno di quei conoscenti, se il carattere principale 
di questo tipo di amicizia non fosse che non ci co- 
noscevamo da entrambe le parti. 

» Un giorno ci siamo trovati uno accanto 
all’altro a teatro o uno accanto all’altro in un risto- 
rante. Da allora, ci siamo salutati tra due porte o 
ci siamo stretti la mano per strada: questo basta 
per essere i migliori amici del mondo. Dixmer era 
uno di quel tipo di amici. 

» Mi salta al collo chiamandomi per nome. 


Chiariamo reciprocamente la nostra situazione. 


59 


Dal punto di vista intellettuale, rispetto a me 
Dixmer è più ricco di idee. Vede la possibilità di 
allestire un banco di materie prime secondo certi 
suoi calcoli che probabilmente vi interesseranno 
poco, ma che devono fruttare molto denaro. Per 
eseguire questo conteggio, ha bisogno di un socio 
e di uno o più finanziatori. Se i finanziatori sono 
ancora da scoprire, il socio è almeno trovato. Quel 
socio sarò io. L'accordo fu concluso subito, ed ec- 
coci qui il giorno dopo, entrambi a iniziare gli af- 
fari con l’intrepido coraggio di chi non ha niente. 
» Che dire, Elena? Oggi, Dixmer, Grandier e 
C. è una delle ditte più fornite di New York. L'ex 
apprendista ora vende beni coloniali e cotone. In 
pochi anni, forse, avrà messo da parte dal suo in- 
teresse annuale il suo bel milione in contanti. Per 
il momento, il suo solo stipendio è più che suffi- 
ciente per vivere. Fu allora che, vedendo che la 
fortuna gli sorrideva, ripartì ansiosamente per il 
paese. Certo, non nascondeva a sé stesso che, con 


il suo ritardo, qualsiasi impegno, anche il più for- 


60 


male, sarebbe stato naturalmente rotto; ma 
l’uomo sarebbe troppo infelice se non avesse an- 
cora qualche folle speranza nel cuore. Sì, Elena, 
nonostante le paure che mi assalgono, non c'è 
forse qualcosa per cui benedire la Provvidenza? 
Lo spero ancora... 

Si fermò; la signora Marcillac abbassò la testa. 

— La mia prima visita a Parigi, continuò dopo 
un momento, è stata naturalmente a colui dal 
quale mi era stato assicurato avrei avuto vostre 
notizie. Ah! Quando ho appreso tutto ciò, vedete, 
ho temuto di perdere la ragione! 

Mentre diceva questo si alzò bruscamente e si 
tenne la testa, come se il ricordo di quella terribile 
crisi lo spaventasse ancora. Elena fece un passo 
verso di lui. 

— Giuliano! 

— Oh, non preoccupatevi, sono calmo adesso. 
Allora ero pazzo. Invano Clarissa mi ha 
supplicato di non cercare di incontrarvi di nuovo, 


invano suo fratello voleva che partissi per 


61 


l'America senza ulteriori indugi, io ho giurato di 
rivedervi, Elena; un’ultima volta almeno, dovevo 
vedervi di nuovo! Questa mattina, non potendo 
più sopportare, ho lasciato Parigi. In poche ore la 
ferrovia mi ha portato qui. Ah, se voi sapeste, 
Elena, come mi sono sentito quando mi sono 
avvicinato a questa città, quando ho visto i suoi 
campanili e i tetti familiari delle prime case! E 
dire: «Lei è qui! Dove? Non lo so, in questa 
strada, su questa passeggiata forse; ma è lì! Questa 
casa non sarebbe sua? Non importa, questi vecchi 
alberi che vedo, anche lei può vederli ogni giorno, 
questo cielo è suo, questa terra è sua, delizie! l’aria 
che respiro ora è quella che respira anche lei! » 

La signora Marcillac lo ascoltava in silenzio, fis- 
sando su di lui i suoi grandi occhi brillanti, 
mentre un sorriso amaro, che aveva spesso, le cor- 
rugava l'angolo sinistro del labbro. 

— Non avevo dimenticato questo albergo, 
poco lussuoso, ma appartato. Ahimè, è un luogo 


dove sono venuto in tempi meno tristi. Con 


62 


quanta fiducia, proprio in questa sala, la dome- 
nica, tornando dalla messa, trascorrevo pigra- 
mente le ore evocando l’ombra di colei che allora 
era ancora la signorina Colomban. Avevo bi- 
sogno, per l’incontro che avevo in programma 
oggi, di fornire un doppio incognito; nessun 
posto mi sembrava più favorevole di questa lo- 
canda, frequentata solo da alcuni carrettieri e agri- 
coltori. Vostro marito è talmente conosciuto che 
tutti qui hanno potuto darmi il suo indirizzo. In 
una parola, ho potuto anticiparvi. Mi sono sba- 
gliato? La vostra presenza mi dice di no. 

Elena lo fermò con un gesto. 

— Giuliano, non parlate della mia presenza 
qui. Se, nonostante tutte le mie precauzioni, do- 
vessi essere riconosciuta... Ho orrore a pensarci! E 
voi, amico mio, che imprudenza avete dimostrato! 
Inviarmi il vostro biglietto attraverso quel villano, 
che può parlare! Per fortuna, ero sola in casa; ma, 
vedete, che questo individuo vada a raccontarlo: 


la mia reputazione, quella di mio marito, così se- 


63 


vero quando si tratta di assolvere ai propri doveri. 
Non tutti conoscete le piccole città, Giuliano. Ah, 
credete, vi faccio oggi il più grande sacrificio che 
qualsiasi donna onesta possa fare a qualsiasi 
uomo, vi faccio il sacrificio del mio onore. 

— Non è la paura che vi porta fuori strada, 
cara Elena? 

— La paura? disse rialzando la testa; vedete che 
non ho paura, poiché sono venuta. 

In quel momento c’era sotto la finestra uno 
scambio di “addio” e di “buonasera” più o meno 
avvinazzati e poi una voce, abbastanza alterata 
dagli effetti dell’ubriacatura, intonava pesante- 


mente questa canzonetta: 


Fu una sera che la brunetta 

Per i campi fuggì soletta, 
Landerirò, 
Landeriretta, 

Nel bosco, dove il suo amico trovò, 
AN! ah! 

Costò caro alla brunetta, 
Landeriretta, 


64 


Quando la bella a casa tornò, 
Landerirò. 


La signora Marcillac aveva prestato l'orecchio. 
Le sembrò che il timbro di voce del cantante non 
le fosse del tutto sconosciuto. Fece un cenno a 
Giuliano di fare silenzio, e quando la voce si 
spense, lei gli disse: 


— Sentite, questo uccello del malaugurio? 


Costò caro alla brunetta, 


Quando... 


— Siete pazza! interruppe Giuliano con dol- 
cezza. È dunque un bisogno della vostra natura 
nervosa tormentarvi così? Si fa notte, eravate av- 
volta nel vostro stretto mantello. Chi vi avesse 
visto entrare qui non sarebbe in grado di ricono- 
scervi. Il mio biglietto di prima, l'avete letto solo 
voi? 

Elena annuì in senso affermativo. 


— Appena l’avete letto, l'avete fatto sparire? 


65 


Elena confermò sempre annuendo. 

— Chi potrebbe sospettare di voi, sia a casa 
che qui? Quanto a me, sono arrivato da poche 
ore... Sono di passaggio... Nessuno mi conosce... 

Ma Elena: 

— Forse non siete così sconosciuto a V. come 
sembrate pensare. C'è qualcuno qui, Giuliano, 
che, se ignora la vostra fisionomia, conosce fin 
troppo bene il vostro nome. 

— Di chi vorreste parlare? 

— Di Marcillac. Ahimè, possiede il segreto del 
nostro passato tanto quanto noi. Non ho più 
nulla da insegnargli sulle nostre relazioni d’un 
tempo... 

— Come ha potuto saperlo?... 

— Come? Ahimè! Giuliano, non chiedete- 
melo! Sappiate solo che vi detesta con tutta 
l’anima. Non siete l’uomo che lo ha preceduto nel 
suo amore verso di me? Ah, come vi odia! 

— Ha ragione, disse Giuliano a denti stretti, 


perché anch'io lo odio! 


66 


— Zitto! Esclamò la signora Marcillac posan- 
dogli la mano sulle labbra. 

Giuliano prese quella mano e, stringendo deli- 
catamente la giovane a sé, disse: 

— Siete infelice, Elena! Quest'uomo tiene 
nelle sue mani il vostro segreto di ragazza; e la sua 
gelosia ne è irritata e allo stesso tempo vi si ritira 
dentro. È così, vero? Si sta vendicando per non es- 
sere stato amato, facendovi soffrire per questo 
amore trascorso? 

— No, Giuliano, disse la signora Marcillac, 
cercando di svincolarsi, vi assicuro che sbagliate. 

Ma Giuliano, abbracciandola ancora più da 
vicino: 

— I vostri lineamenti, i vostri occhi, le vostre 
labbra, tutto il vostro essere mi urla abbastanza, la 
vostra sofferenza... Sì, state soffrendo! Non vi siete 
lasciata sfuggire questa ammissione poco fa? State 
soffrendo! 

Il giovane ebbe improvvisamente un attacco di 


indicibile disperazione. 


67 


— Voi state soffrendo, anima cara, gridò, e io 
non posso fare niente! 

Poi si coprì il viso con le mani e dai movimenti 
a scatti del petto si vedeva che stava piangendo. La 
signora Marcillac si era precipitata verso di lui. 

— Giuliano! gridò lei. 

Lo fece sedere, allargando le mani per asciu- 
garsi gli occhi; poi prese quelle mani tremanti e le 
portò avidamente alle labbra. 

— Cara Elena! disse il giovane cingendole le 
braccia. 

Stavano in piedi abbracciati in silenzio quando 
la signora Marcillac tese l'orecchio, ansimando. 

— Non sentite? disse a mezza voce. 

— Che cos'è? 

— Abbiamo camminato lungo questo corri- 
doio. Forse qualcuno ci sta ascoltando. 

C'era il cigolio di una porta che si apriva 
lentamente. 

— È un viaggiatore che torna nella sua stanza, 


disse Giuliano. 


68 


E la attirò vicino a sé sul divano dove lei lo 
aveva fatto sedere. Lei si mise al suo fianco quasi 
con noncuranza. Lui le prese le mani e le coprì di 
baci. 

Elena lo lasciò fare, incosciente, come se la sua 
anima non fosse più dentro di lei, e non fece al- 
cuna mossa per resistere quando lui le prese deli- 
catamente la fronte per appoggiarla contro la sua 
spalla. 

Al rumore appena percettibile dell’accartoccia- 
mento di un foglio sotto la sua testa, Giuliano si 
portò la mano al fianco. Tirò fuori dalla tasca un 
biglietto stropicciato. 

— Eccolo, disse aprendolo tristemente, questo 
povero biglietto che le mie dita hanno accarezzato 
tante volte; che tante volte ho coperto con i miei 
baci e bagnato con le mie lacrime. Elena, ripren- 
detelo, che me ne farei adesso? Ah, non potevo 
nemmeno sospettare, quando ne leggevo avida- 
mente il contenuto, che avrei sofferto così crudel- 


mente nel rimetterlo sotto i vostri occhi. 


69 


Elena aveva preso il foglio che Giuliano le por- 
geva. Era il biglietto su cui, nello sfogo della par- 
tenza, aveva gettato come un grido la confessione: 
«Giuliano, vi amo!» 

Tenne la carta tra le dita serrate per un mo- 
mento; poi, andando alla candela, l’accese e la 
gettò nel camino. 

Altre carte disperse in mezzo alla cenere pre- 
sero fuoco a questo contatto e d’un tratto nella 
stanza si diffuse una luce di fiamma viva; poi tutto 
si spense, e mentre le ultime scintille correvano at- 
traverso il camino: 

— Ecco il nostro passato, sospirò Elena. 

E, forzando sé stessa: 

— Addio! disse, tendendo la mano a Giuliano. 

— Ve ne andate? disse il giovane, come se fosse 
uscito da un sogno. 

Elena indicò l’orologio. 

— È ora... Vedete, sono già quasi le undici. 

— Oh, restate ancora un momento... per 


favore! 


70 


— Giuliano, è impossibile! Pensate, se Mar- 
cillac rientrasse prima di me. Non sa della mia as- 
senza; cosa gli direi? 

Si era fermata. Uno strano rumore l’aveva ap- 
pena colpita all'orecchio. Era come un grido attu- 
tito immediatamente seguito da una caduta. 

— Che cè adesso? disse la signora Marcillac. 

— Non avrete avuto paura!, disse Giuliano. 

La signora Marcillac si gettò rapidamente il 
mantello sulle spalle e si avvolse stretta nel suo 
velo. 

— Quando ci rivedremo? chiese Giuliano con 
tristezza. Mai, forse... 

Si passò la mano sugli occhi. 

— Coraggio, amico mio, disse Elena, se la pru- 
denza ci proibisce di vederci ancora, sapete che c'è 
un cuore che non avrà mai battuto per nessun 
altro che per voi. Addio, Giuliano. 

Si fermò. 

— Questa volta sono sicura di aver sentito... 


— Che è stato? 


71 


— Vi giuro che qualcuno ha appena cammi- 
nato a passi lenti nel corridoio. 

Giuliano andò alla porta e la aprì, ma il cielo 
era così pieno di nuvole che, nonostante le fine- 
stre, il corridoio era tutto in ombra. Per soddisfare 
pienamente Elena, il giovane andò a prendere la 
candela posata sul tavolo e fece un passo fuori 
dalla stanza. 

— Niente, disse dopo aver guardato a destra e 
a sinistra. 

Il vento soffiava su di lui piegando la fiamma 
tremolante della candela. 

— Avete sentito il vento che soffiava da quella 
finestra, aggiunse, voltandosi di nuovo verso 
Elena. 

La giovane non sembrava per nulla convinta 
del suo errore. Giuliano si avvicinò alla finestra e 
fece scivolare la parte inferiore sollevata dell’anta 
nella scanalatura. Non era, tuttavia, senza una 
certa resistenza, perché un oggetto che impediva il 


movimento dell’anta cadde sul pavimento. 


72 


— Siete rassicurata ora? proseguì con un 
sorriso. 

— Vedete come tremo, disse, tendendo le 
mani. 

— Oh, povera, povera donna! disse con un ac- 
cento pieno di tenerezza. Non potete uscire così. 
E la spinse delicatamente nella stanza. 

— Giuliano, per favore, non trattenetemi un 
momento di più. Devo andare! Guardate se la via 
è libera. 

Le ultime parole della signora Marcillac erano 
state dette con una tale perentorietà che Giuliano 
si diresse subito verso le scale. Le scese per metà, 
in modo da potersi tuffare nel vicolo che portava 
all’esterno; e risalendo subito, disse: 

— Nessuno. La porta è ancora aperta. Fate in 
fretta! 

Fece qualche passo veloce verso la scala; poi, gi- 
randosi con slancio: 

— Ah, Giuliano, addio di nuovo, addio! 


— Addio! disse il giovane. 


73 


Entrambi erano estremamente commossi. La 
signora Marcillac, prima di abbassare il velo, tirò 
fuori un fazzoletto per passarselo sugli occhi. In 
questo movimento, lasciò cadere qualcosa. Giu- 
liano avvicinò la candela e mise frettolosamente 
un guanto e un biglietto nelle mani di Elena. 

Li stava infilando in tasca e si stava dirigendo 
verso le scale quando Giuliano la vide improvvisa- 
mente indietreggiare per lo spavento. Qualcuno 
stava salendo rapidamente le scale. 

Giuliano ebbe solo il tempo di spegnere la can- 
dela che teneva in mano. La signora Marcillac si 
era rannicchiata in un angolo del pianerottolo. 

— Chi va là? disse l’uomo che era appena ap- 
parso nell’ombra. 

Giuliano aveva quasi perso la voce, e il malca- 
pitato che si era fermato sui gradini stava già 
aprendo la bocca per ripetere la domanda, 
quando lui rispose: 


— Ehi, sono io, il viaggiatore della 5. 


74 


— AR! il viaggiatore della 5, mi scusi, disse 
Toussaint. Il signore ha bisogno di qualcosa? 

— No, grazie, disse Giuliano. 

— Il signore vuole che gli faccia luce? 

Il viaggiatore non rispose. 

Toussaint lo vide tornare nella sua stanza e 
strofinare bruscamente dei fiammiferi sul camino 
per riaccendere la candela spenta. 

Poi all'improvviso il ragazzo sentì un movi- 
mento alla sua sinistra e, voltandosi, vide 
un'ombra che correva su per le scale. 

— Sembra che l'individuo non fosse solo, 
pensò Toussaint. 

E, mentre seguiva il corridoio verso la sua 
stanza, si disse: 

— Questa è bella! Perché diavolo mai, veden- 
domi, il viaggiatore della 5 ha soffiato sulla 


candela? 


75 


IV 


All'epoca del suo matrimonio, un paio d’anni 
prima dei fatti che iniziamo a raccontare, Mar- 
cillac occupava, da sedici o diciotto mesi appena, 
il posto di giudice istruttore nella città di V. 

Era un uomo molto metodico, Marcillac. An- 
cora giovane, aveva già progettato tutto. Si era 
detto: «A vent’anni, sarò avvocato; diventerò giu- 
dice supplente a ventiquattro, giudice istruttore a 
ventinove, procuratore a quaranta». Stava en- 
trando nel suo trentatreesimo anno e tutto si era 
svolto rigorosamente nei tempi previsti. 

Si era detto anche: «Prima dei trent'anni non 
mi innamorerò, per non distrarmi dal lavoro». E 
aveva mantenuto la parola. 

Solo, aveva aggiunto: «Quando mi sarò fatto 
una posizione stabile, quando non dovrò più la 
mia condizione agiata solo alla fortuna di mio 


padre, e quando avrò lavorato personalmente per 


76 


aumentare il rispetto che deve circondare il mio 
nome, allora mi sposerò». E poiché gli era sem- 
brato che fosse giunto il momento di mettere in 
atto quest’ultima parte del programma, Marcillac 
aveva cercato una moglie. 

Aveva sentito lodare la figura e l'educazione di 
Elena. Era entrato in relazione con la signora Co- 
lomban e sua figlia, senza che potessero supporre 
le sue intenzioni, e ben presto giudicò che nes- 
suna donna era più adatta di Elena a gestire la sua 
casa, più degna di lei di portare il suo nome. 

Questa unione, una volta decisa nella sua 
mente, non poteva non essere presto attuata nella 
realtà. Confidò alla signora Colomban i suoi pro- 
getti, senza esitazioni, con franchezza, dandole 
ventiquattro ore di tempo per riflettere. 

Il giorno stesso in cui ricevette la risposta, fissò, 
seduta stante, su quali basi stabilire il contratto, 
quali beni avrebbe riconosciuto alla moglie, chi 
sarebbero stati i testimoni per ciascuno di loro, 


infine la data del matrimonio in municipio e 


47: 


quella della cerimonia in chiesa, con l'ordine del 
pranzo e di tutto quanto il seguito. C’era solo una 
cosa a cui Marcillac non aveva pensato: che, 
nell’intervallo tra il giorno della presentazione e 
quello del matrimonio, si sarebbe innamorato 
perdutamente di sua moglie. 

Sì, un amore profondo e vivace, l’amore a 
lungo represso degli anni ardenti, fece una strana 
e inaspettata esplosione in questo essere abituato 
a misurare ogni sua azione. Come una vetta ghiac- 
ciata che viene toccata alla fine dai raggi abba- 
glianti del sole, il cuore di Marcillac sentì 
all'improvviso sciogliersi le sue nevi sotto lo 
sguardo luminoso di Elena. 

Sensazione affascinante! Gli sembrava di essere 
all’alba sorridente di una nuova vita; che dire, una 
nuova vita! non stava forse vivendo per la prima 
volta? Tutta l'inquietudine segreta che questa esi- 
stenza così quieta in apparenza aveva accumulato, 
si riversava alla fine in questo affetto improvviso e 


irresistibile. 


78 


Era come una rivolta trattenuta dei sensi, come 
una fioritura misteriosa che lo riempiva di ap- 
prensioni vaghe e tuttavia deliziose. 

Inoltre, se si abbandonava quasi suo malgrado 
ai nuovi sentimenti, sapeva sempre controllarsi a 
sufficienza perché nulla li tradisse all’esterno. In- 
namorato fino al delirio, rimase per tutti, dopo il 
matrimonio, l’uomo severo e misurato di un 
tempo. Era come il Monte Bianco con un vulcano 
in seno. 

Con Elena stessa, Marcillac mantenne quella 
discrezione di toni e modi che, in apparenza, im- 
plica meno affetto di un amabile savozr vivre. 
Elena, tuttavia, non si sbagliava. Le donne hanno 
un'intuizione troppo profonda del valore degli 
omaggi che vengono loro tributati perché lei po- 
tesse fraintendere quelli di Marcillac. Ci sono at- 
tenzioni così inosservate, così leggere ma soste- 
nute, che non sono solo quelle di un marito, ma 
di un amante. Elena, che era in grado di apprez- 


zare queste delicate sfumature, si rimproverava 


79 


spesso di aver reagito così male a tanta premura. 
Tuttavia, non riusciva a superare una sensazione 
di freddezza in presenza di colui che era stato ca- 
pace di possederla, ma al quale non si era 
concessa. 

Questa dolorosa impressione di un cuore fe- 
rito sfuggì per fortuna a Marcillac. Era una conse- 
guenza naturale del suo carattere. Poco comunica- 
tivo per natura, non chiedeva agli altri più slancio 
nei rapporti reciproci di quanto non facesse lui 
stesso. E se Elena fosse stata meno riservata nei 
suoi confronti, avrebbe ancora osato pretendere 
da lei la prova di una passione uguale alla propria? 

Non si rendeva conto della figura pietosa che 
la sua precoce saggezza poteva fare ai piedi di una 
bella donna? Non sentiva abbastanza quanto 
poco la natura lo avesse preparato al ruolo di 
amante che un destino beffardo gli aveva asse- 
gnato? Così almeno pensava, e il suo folle ardore 
aumentava quanto più si soffermava su quest'idea 


senza speranza. 


80 


Tuttavia, Marcillac era davvero troppo indul- 
gente nel raccontarsi queste dolorose verità. Se 
non aveva l’armamentario del seduttore, aveva co- 
munque tutto il necessario per piacere: una 
grande rettitudine di principi, una mente sicura, 
un temperamento sovranamente onesto e leale. Il 
suo carattere troppo metodico lo portava talvolta 
a fastidiose minuzie, ma è giusto dire che queste 
minuzie derivavano il più delle volte da un pro- 
fondo senso di quella cosa suprema chiamata do- 
vere. Al di sopra della coscienza non esisteva nulla 
per lui. 

Inoltre, sebbene non fosse orgoglioso della sua 
persona, era orgoglioso del suo nome, perché un 
nome è fatto di onore e probità. 

Nel fisico si rispecchiava in gran parte l’auste- 
rità della sua morale. Il viso di Marcillac era retti- 
lineo come la sua condotta. Aveva capelli radi, oc- 
chio fine, labbra strette e, sulle guance sempre ben 
rasate, quella freschezza delle persone che condu- 


cono una vita regolare. Non c’era nulla di troppo 


81 


romantico in questo insieme; ma un magistrato 
non è tenuto ad avere l’aria fatale; e si può sentire 
il terribile morso del cuore senza aver l’aria d’un 
Lovelace.® 

Otto mesi scivolarono via e Marcillac adorava 
sua moglie più che mai. 

Una mattina, mentre era impegnato a portare 
a termine un lavoro urgente, si ricordò all’improv- 
viso che un biglietto indispensabile era stato 
messo da lui stesso nelle mani di Elena. 

Uscì dal suo studio per bussare alla porta della 
moglie. Non rispose. Bussò più forte: stesso si- 
lenzio. Allora, girò la maniglia. Elena era uscita. 

Con vivo disappunto, lasciò che lo sguardo va- 
gasse dal tavolo vuoto al marmo della cassettiera, 
dove non compariva alcun foglio, quando un se- 
crétaire attirò la sua attenzione. Sulla scrivania ab- 
bassata, delle scartoffie erano sparse intorno a una 
carta assorbente. Marcillac non pensò di essere in- 
discreto nel darci un'occhiata. Vide solo scara- 


bocchi insignificanti. Qualche altro foglio era 


82 


sparso ancora sugli scaffali, fatture, indirizzi, ma 
non era quello che stava cercando. 

Tirò un piccolo cassetto, poi un secondo, poi 
un terzo. Questo era vuoto, quell'altro conteneva 
alcuni piccoli oggetti, gioielli da donna. 

Sotto la sua mano si trovò una specie di tasca o 
portafoglio di seta. Senza aprirlo, estrasse un fo- 
glio. Le prime parole che vi lesse lo colpirono a tal 
punto da dispiegarla in fretta: era una lettera. 

La divorò febbrilmente con gli occhi, e a mano 
a mano che la leggeva il suo volto diventava 
sempre più livido. Quando ebbe finito, la posò 
con una calma terribile; poi la riprese, la tastò, la 
stropicciò sotto le dita per assicurarsi che non 
stesse sognando; poi si passò dolorosamente la 
mano sulla fronte, ma la ritirò tutta bagnata. 
Gocce di sudore imperlavano le tempie gelate. 

Marcillac si lasciò cadere anziché sedersi su una 
sedia, a due passi dal secrétaire aperto. 

Rimase lì per un attimo avvilito, con lo 


sguardo fisso, come un uomo stordito; poi si rad- 


83 


drizzò, afferrò la cartella e ne trasse i ritagli di carta 
che conteneva. Li dispiegò febbrilmente, uno per 
uno, girandoli in continuazione, mentre li guar- 
dava con gli occhi e con le labbra mormorava: 

— Nessuna firma! 

All'improvviso un lampo gli attraversò gli 
occhi. 

— Giuliano Grandier! 

Mentre si lasciava sfuggire il nome appena 
letto, Marcillac si sollevò come mosso da una 
molla. 

— Giuliano Grandier! 

Poteva quindi finalmente sfidare l’uomo che 
pretendeva di contendere l'affetto di Elena; e, 
nell’attesa di vederlo faccia a faccia, gli rinfacciava 
già il suo nome come un insulto. 

— Giuliano Grandier! 

Sembrava che provasse un amaro piacere nel 
ripetere questo nome detestato. 


Fece qualche passo nella stanza, senza fiato, an- 


84 


simando. La porta si aprì. Entrò la signora 
Marcillac. 

All’apparizione inaspettata del marito, al disor- 
dine non abituale dei suoi lineamenti, capì subito 
che c’era nell'aria qualcosa di grave, forse di terri- 
bile; e lei stessa si sentì subito molto turbata. 

Marcillac, senza dire una parola, indicò la scri- 
vania. Lei emise un grido. 

— Vi chiedo scusa, disse Marcillac quando 
ebbe riacquistato una parvenza di compostezza, vi 
chiedo scusa, signora, per aver involontariamente 
penetrato un segreto che non è solo vostro; crede- 
temi, avrei voluto restarne all’oscuro. 

Elena rimase sbalordita. 

— Non dite nulla?, continuò dopo un si- 
lenzio. Così non avrò nemmeno l’ultima consola- 
zione di poter dubitare di nuovo. È proprio alla si- 
gnora Marcillac che queste lettere sono 
indirizzate. 

La giovane lo fermò. 


— Non alla signora Marcillac! disse in fretta, 


85 


ma alla signorina Colomban. Non sapevo, potete 
starne certi, quali sarebbero state le opinioni di 
mia madre un giorno; ero libera da ogni impegno 
quando le ho ricevute. 

— E non avete rivisto l’autore di questa 
corrispondenza? 

— Mi permetterete, disse Elena, di non ri- 
spondere a una domanda che suona tanto come 
un insulto. 

— Potete almeno dirmi che il vostro cuore si è 
chiuso per sempre al ricordo di lui? 

— Mentirei se vi dicessi questo, rispose Elena 
con semplicità. 

E, guardando il marito in faccia: 

— Immagino che non intendiate prolungare 
l'interrogatorio? 

— Ancora una domanda, disse Marcillac, le 
cui labbra tremavano: dov'è quest'uomo? 

Elena osservò il silenzio. 

— Vi chiedo dove si trova quest'uomo? ripeté 


Marcillac. 


86 


Lei chinò il capo e disse a bassa voce: 

— È morto! 

Da questa scena dolorosa in poi, ogni riavvici- 
namento, anche se illusorio, cessò subito tra i due 
coniugi. Un abisso li separava ormai. La loro 
unione, che poteva ancora essere la comunione di 
due spiriti, non era più che uno scambio di favori. 

Eppure entrambi soffrivano sotto la loro ma- 
schera di reciproca indifferenza: Elena piangeva le 
cose passate, Marcillac abbracciava con dispera- 
zione i suoi sogni svaniti. 

Ma qualunque fosse la segreta rivolta dei loro 
cuori, né per il mondo né per loro stessi, non la la- 
sciarono mai trasparire. La consueta cortesia con- 
tinuò a governare i loro rapporti quotidiani e le 
loro maniere non cambiarono, anche dopo che le 
loro rispettive situazioni erano cambiate così 
profondamente. 

Inoltre, se Elena era il più delle volte costretta a 
rispondere alle delicate attenzioni del marito, lo 


stesso non valeva per l’uomo che le prodigava. 


87 


Marcillac continuò ad adorare Elena con un 
amore tanto più struggente perché ormai ai suoi 
occhi era senza speranza. 

Un male aspro e pungente, la gelosia, era en- 
trato in questo cuore da lungo tempo chiuso a 
ogni emozione: la gelosia, male terribile, perché si 
ribella a tutte le prescrizioni della ragione, e il pos- 
sesso stesso non può guarirlo. 

Dire a se stessi a tutte le ore del giorno: “Lei 
ama un altro! È qui, vicino a me e, nel momento 
stesso in cui la accarezzo con gli occhi, il suo pen- 
siero potrebbe essere per lui!” 

Dire a se stessi: “Mi guarda con timore, e a 
quest'altro avrebbe dato senza contrattare fino 
all’ultimo respiro il suo essere, la sua vita, la sua 
anima!” 

Dire a se stessi: “Questa mano che mi evita, 
molte volte forse ha stretto quella di quest'uomo; 
sulle sue labbra, che tremo ad avvicinare, quante 
volte si sono posate quelle di lei!” 


Tale è stato il destino di quest'uomo geloso! 


88 


Geloso di chi? Di un rivale sconosciuto, di un 
uomo morto, di un'ombra sfuggente e vana! Se 
lodiato essere fosse stato ancora in carne e ossa 
come lui, avrebbe potuto cercarlo, inseguirlo 
senza sosta e tenerlo a bada un giorno: ma niente! 
Un’immaginazione, una chimera! Invano allon- 
tanò dalla sua mente questo odioso spettro, 
sempre lo vide riapparire. Aveva forse evocato 
l’immagine di Elena in un sogno doloroso? Lo 
spettro si ergeva sinistramente accanto a lei! Al- 
lora il suo delirio non conobbe limiti. Nella sua 
furia impotente, egli inseguiva questo fantasma, 
lo afferrava per la gola e gli gridava: “Disgraziato, 
ridammi la mia felicità!” 

Tutto questo, come abbiamo detto, avveniva 
dentro di lui. Una debole contrazione del suo viso 
tradiva appena queste crisi. Quando erano pas- 
sate, il suo gesto e i suoi lineamenti non ne face- 
vano cenno. Marcillac però softriva ancora di più 
perché le teneva più nascoste. 


Nondimeno, aveva concesso alla moglie la 


89 


piena libertà di ricevere chi voleva, di andare e ve- 
nire a piacimento, da sola o accompagnata, 
ovunque volesse, e non avrebbe mai chiesto infor- 
mazioni, senza essere in qualche modo invitato da 
lei, su nessuna delle sue visite o uscite. 

Elena non aveva quindi motivi di preoccupa- 
zione così gravi come si sarebbe potuto supporre 
la sera in cui lasciò furtivamente la locanda del 
Cappello Rosso; eppure fu con vero sollievo che le 
sembrò di capire, tornando a casa, che suo marito 
non l'aveva preceduta. Infatti, dalla sua stanza, 
sentì Marcillac chiudere la porta sulla strada 
mezz'ora dopo di lei, e il suo passo ben noto fece, 
un attimo dopo, scricchiolare appena i gradini 
delle scale. 

Era già a letto, ma il sonno sembrava sfuggirle. 
Rimase sveglia per parte della notte, a volte di- 
stesa, a volte seduta, posando e riprendendo un 
libro che le sue mani tormentavano, ma che i suoi 
occhi non seguivano. 


Quando si addormentò era tardi; si svegliò 


90 


tardi anche per la candela spenta. La sua came- 
riera era venuta a dirle che la colazione era stata 
servita e che il signore si era seduto a tavola. 

Elena indossò frettolosamente una vestaglia e, 
mentre davanti allo specchio si rassettava i capelli , 
pensò, con gli occhi sull’orologio: 

— Otto e mezza. Da un'ora Giuliano deve aver 
lasciato la città. Se n'è andato... se n'è andato... per 
sempre, senza dubbio! 

Aspirò l’aria bruscamente, a denti stretti; il 
petto le si gonfiò, mentre un doloroso brivido le 
agitava le delicate narici. Infine, scosse la testa con 
forza, come per scacciare le visioni che la ossessio- 
navano, e passò nella sala da pranzo. 

Marcillac era già seduto. 

— Mi perdonerà, signora, se non l’ho aspet- 
tata questa mattina, le disse dopo essersi infor- 
mato sulla sua salute, ma devo uscire di corsa. 

— Un crimine?, chiese la signora Marcillac. 

— Proprio così. Un assassinio di cui il Procu- 


ratore mi ha appena dato notizia. La mia presenza 


91 


sulla scena del crimine è ancora più urgente in 
quanto, essendo malato, gli è impossibile andarci. 

Mentre lo diceva, Marcillac finì il suo cappuc- 
cino in un sorso e chiese il cappotto e il cappello. 

— Il delitto è avvenuto in città? 

— Sì, ieri sera, a quanto pare, in un albergo di 
via delle Tre Corone. 

— Via delle Tre Corone? 

— Sì, alla locanda del Cappello Rosso. 

— AI Cappello Rosso? Ripeté la signora Mar- 
cillac, stordita di colpo. 

Marcillac,  sistemandosi labito, continuò 
tranquillamente: 

— Sta soppesando, a quanto pare, accuse piut- 
tosto gravi nei confronti di un individuo che è ve- 
nuto ieri alla locanda; un giovane, se non sbaglio. 

Così dicendo, aveva aperto un foglio mezzo di- 
spiegato sul tavolo e lo scorse con gli occhi per 
un'ultima volta: 

— Bene, disse. 


E lesse: «La prego di interrogare lei stesso 


92 


questo giovane; è un forestiero che da ieri sera oc- 
cupa la camera 5». 

La signora Marcillac ebbe improvvisamente 
un lampo di rosso negli occhi. Le sembrò che il 
terreno sotto i suoi piedi mancasse e che tutto gi- 
rasse intorno a lei. Appoggiata, quasi senza vita, 
allo schienale di una sedia, ebbe ancora il coraggio 
di ricevere il frettoloso addio del marito; ma, 
quando questi ebbe varcato la soglia, si lasciò sci- 
volare mollemente sulla sedia dove si erano ag- 
grappate le sue mani; la cameriera, entrando nella 


stanza, trovò la padrona svenuta. 


93 


V 


Alle sei e un quarto, Toussaint, non avendo 
visto il bell’Antonio, si affrettò a bussare alla sua 
porta, come gli aveva raccomandato il giorno 
prima. Era però diviso tra il desiderio di soddi- 
sfare la richiesta del viaggiatore e il timore di sve- 
gliare in modo troppo brusco un ospite così di- 
stinto, quindi si limitò a dare due o tre colpi di- 
screti e se ne andò senza accertarsi di essere stato 
ascoltato. 

Ma poiché il giovane Férou non era ancora 
sceso, Toussaint pensò che forse aveva eseguito 
con leggerezza il proprio compito e risalì al primo 
piano. Questa volta non si accontentò di bussare 
più forte, ma chiamò: 

— Signor Antonio! Signor Antonio! 

Nessuna risposta. 


La chiave era rimasta fuori. Toussaint tirò il 


94 


chiavistello e, attraverso la porta semiaperta, 
ripeté: 

— Signor Antonio! 

Poi, visto che continuava a regnare il silenzio, 
spinse la porta e fece qualche passo nella stanza; 
ma uscì subito con un forte grido e si precipitò 
verso la scala. 

Sull’ultimo gradino incontrò l’albergatore Pan- 
filo, che correva con tutta la forza delle sue piccole 
gambe. 

— Là... là..., disse Toussaint, balbettando tra le 
braccia del padrone e indicando il primo piano. 
Là..., il signor Antonio... 

— Ebbene? — Assassinato, capo, assassinato! 

A queste parole, ci fu una vera e propria esplo- 
sione di crisi da parte della moglie di Panfilo e 
delle due cameriere, che accorsero a loro volta con 
un grido. Le donne si precipitarono nella sala co- 
mune con la sinistra notizia. 

Ci fu un gran baccano. Due o tre clienti a ta- 


vola si alzarono senza capire bene. D'altra parte, 


95 


alcuni viaggiatori, sentendo il rumore dalle loro 
stanze al piano terra, scesero mezzo svestiti e chie- 
sero anche loro informazioni. Tutti parlavano 
contemporaneamente, alcuni facevano domande, 
altri gridavano aiuto e non rispondevano. Alla 
fine, quando si seppe la verità, si formarono come 
d’istinto diversi gruppi; e, mentre i più spaventati 
rimasero nella stanza al piano terra, i più corag- 
giosi o curiosi salirono le scale e, su indicazione di 
Toussaint, entrarono nella camera. 

Era una piccola stanza con una brutta carta da 
parati a fiori. La porta si apriva in un angolo, in 
modo da lasciare il letto sullo stesso lato. 

Di fronte al letto c'era la finestra; tra il letto e la 
finestra c'era un caminetto con il piano di legno 
nero e un tavolo usato come toilette. 

A destra, entrando, si trovava un divano di 
crine; più avanti, una vecchio e Zoppicante secre- 
taire. Questo secrétaire era aperto come se fosse 


stato perquisito. Ai piedi del letto si vedeva una 


96 


sedia vuota e, accanto, alcuni effetti personali 
rovesciati. 

Il vento della notte aveva abbassato una delle 
persiane della finestra e, nella penombra che 
questa persiana gettava sulla stanza, si vedeva ri- 
splendere d’una lucentezza metallica, all'angolo 
del camino, un grande orologio d’argento con la 
sua catena. 

I visitatori avanzarono dando le spalle alla 
finestra. 

Il bell’Antonio giaceva a faccia in giù sul pavi- 
mento, fuori dalla sua branda disordinata. Le len- 
zuola avevano in parte seguito il movimento del 
suo corpo, tranne che verso il fondo, dove, meglio 
rimboccate, avevano trattenuto i suoi piedi nelle 
loro pieghe. 

Il cadavere, così penzolante a metà, mostrava il 
fianco sinistro colpito nella zona del cuore. A ma- 
lapena una linea rossa e qualche gocciolina sulla 
camicia della vittima segnavano il passaggio 


dell’arma. Alla testata del letto, il cuscino era stato 


97 


gettato di lato e uno strappo triangolare, che do- 
veva essere stato prodotto da un punteruolo, la- 
sciava intravvedere il tessuto azzurro del 
materasso. 

Toussaint e coloro ai quali faceva da guida — 
come i pastori che camminano dietro al gregge — 
avevano appena iniziato l’ispezione della stanza, 
quando già Panfilo si precipitava dietro di loro. 

— Fermi! disse con voce soffocata, per l'amor 
di Dio, non toccate nulla. 

Fece un profondo sospiro per riprendere fiato; 
poi, con accento dolente: 

— Ah, amici miei, che sventura! La mia repu- 
tata locanda! Un assassinio! Ma io vi chiedo come 
sia potuto accadere? Ah, miseria, miseria! Spero 
di non esserne compromesso! 

— Lasciate fare, disse uno degli assistenti, la- 
sciate fare, Panfilo, vi conosciamo. 

— Ah, se conoscono il capo! esclamò Tous- 
saint, più morto che vivo. Credo bene che lo co- 


nosciamo! E conoscono anche me! Siamo en- 


98 


trambi conosciuti. Non sono certo quegli uomini 
che hanno le palpitazioni quando si tratta di ucci- 
dere un coniglio, che se ne andrebbero a pugna- 
lare i poveracci. 

Panfilo sembrò ringraziare il suo sottoposto 
con gli occhi. 

— Ecco l’orologio! disse uno dei visitatori, in- 
dicando il camino. Quindi non è stato ucciso per 
derubarlo? 

— Sarebbe stato un suicidio? 

Non cera che un motivo per respingere questa 
ipotesi: Antonio Férou ne aveva abbastanza della 
vita che il denaro di suo padre gli rendeva così 
dolce? Suvvia, allora, un ragazzo così allegro, così 
gioviale, così estroverso! Che non si era mai visto 
preoccupato, a cui tutto sorrideva! 

Dalla posizione del cadavere era evidente che 
doveva esserci stata una colluttazione, per quanto 
breve potesse essere. 

— Se fosse stata una vendetta?, disse un altro. 


— Ah, è possibile, rispose uno degli interlocu- 


99 


tori. Il fatto è che il giovanotto gagliardo era au- 
dace nelle danze. E un bel giorno, un fratello, un 
amante, un marito può arrabbiarsi. 

— Questo, disse Panfilo sentenziosamente, è 
affare di donne! 

— Di donne? disse Toussaint; aspettate un 
attimo. 

— Forse Toussaint saprebbe qualcosa? 

— Io non dico nulla, sto solo cercando di 
ricordare... 

— Cosa cè? Parla... — Non sai niente, 
Panfilo? 

— Niente! disse Panfilo, facendo spuntare due 
occhi disperati dalle orbite. 

Poi, rivolgendosi a Toussaint: 

— Ob, tu! se hai qualche sospetto, devi dirlo. 

Toussaint fissò attentamente coloro che lo cir- 
condavano; poi, avviandosi verso la porta: 

— Lasciate un po... 

Una volta nel corridoio, si avvicinò in punta di 


piedi alla porta del numero 5. 


100 


Il gruppo di curiosi uscì dalla stanza dietro di 
lui, osservandolo. 

Lui si era fermato e, restando a mezzo, aveva 
dato un'occhiata alla serratura. Una volta termi- 
nata l’ispezione, tornò indietro con lo stesso passo 
e si rivolse all’oste Panfilo: 

— Ditemi dunque, capo, avete capito che il 
numero 5 non si è alzato? Ho visto i suoi abiti ap- 
pesi. Come se il rumore non lo avesse svegliato! 

Si girò verso la porta con uno sguardo 
complice: 

— Sì, fai finta di dormire, mio buon uomo. 
Ah, non sei furbo! 

— Bah! E tu ci crederesti? chiese Panfilo. 

— Senti, capo, chi ha chiuso le porte ieri sera? 

— Per Giove, sono stato io. 

— E chi le ha aperte stamattina? 

— Sono di nuovo io. 

— Cera una serratura rotta al piano di sotto, 
una finestra rotta? 


— No, non cera. 


101 


— Nessuno? ripeté Toussaint. Ebbene, se 
l'assassino non è entrato in casa questa notte, vuol 
dire che era già lì. 

— Giusto, disse Panfilo. 

— Ora, continuò Toussaint, ricordate l’aria 
che aveva il forestiero della 5. Non ti ha forse 
chiesto una stanza proprio nel momento in cui il 
bell’Antonio aveva appena preso la sua? 

— Ecco, è vero, disse Panfilo. 

— L'avete notato, o no? Ne ho notati molti 
altri. Se non mi sbaglio, tanto meglio; ma in 
questi casi bisogna andare a fondo di tutto, vero? 

— Spiegati, Toussaint, dissero diverse voci. 

— Basta, disse il ragazzo, che ritrovava co- 
raggio e fiducia in sé; aspetto il signor Voitrin. 

— Sembra che ne sappia abbastanza, mormo- 
rarono gli inservienti tra loro. 

Tornarono al piano di sotto, scambiandosi pa- 
role a bassa voce; alcuni parlavano del rovescio 
della fortuna, altri del pericolo di dormire con la 


chiave sulla porta. 


102 


Dopo qualche istante, un individuo entrò 
nella sala e disse che non aveva trovato il commis- 
sario di polizia in casa, ma che lo stavano cer- 
cando. Così l'attesa continuò, intervallata da 
qualche parola qua e là. Diverse persone avevano 
preso posizione all’esterno. Di tanto in tanto, i 
passanti, richiamati dal vociferare, si fermavano 
per strada e da lontano gettavano uno sguardo cu- 
rioso attraverso la porta aperta. 

Giuliano si era appena scrollato di dosso il 
sonno pesante in cui lo aveva sprofondato una 
notte insonne e procedeva abbastanza tranquilla- 
mente a vestirsi, sicuro com'era del tempo neces- 
sario per andare alla stazione. 

Quando fu pronto, scese e chiese qualcosa di 
caldo. Gli fu servita una tazza di caffè bollente e, 
mentre la sorseggiava, disse a Panfilo: 

— Vi sarei grato se mi diceste quanto vi devo. 

Il suo ingresso aveva suscitato una silenziosa 
emozione nella sala; ma, a queste parole, si scam- 


biarono sguardi di angoscia. Alcuni si alzarono 


103 


preoccupati. Toussaint parlò a bassa voce al suo 
capo, dandogli una gomitata d’intesa. 

Giuliano, che era del tutto disattento a queste 
piccole manovre, si era avvicinato alla finestra e, 
nel silenzio generale, batteva le unghie sul vetro 
senza preoccuparsi. Ma quando vide che tarda- 
vano a presentargli il conto, gettò un luigi sul ban- 
cone e disse a Panfilo: 

— Avanti, buon uomo, paga! 

L'albergatore, messo sull’avviso, eseguì. Giu- 
liano raccolse il resto e fece come per uscire 
mentre si metteva il berretto. Allora attorno a lui 
si creò una certa agitazione e Toussaint, che si tro- 
vava all’altro capo della sala, esclamò di colpo: 

— Non fatelo uscire! 

Giuliano si voltò. 

— Cosa cè? chiese. 

— Scusate il tono del ragazzo, disse Panfilo, 
balbettando; stanotte qui è successo uno di quei 
fatti... Uno dei nostri viaggiatori è stato 


assassinato! 


104 


— Un assassinio? disse Giuliano. 

— Sì, disse Giuliano. Allora il signore capisce 
che, almeno per formalità, tutti coloro che hanno 
dormito nell’albergo devono delle spiegazioni alla 
giustizia. 

— Va benissimo, disse Giuliano, tirando fuori 
l'orologio, ma sono le sette e un quarto. Alle sette 
e mezza prendo il treno per Parigi. Se qualcuno 
desidera farmi delle domande, mi scriverà, ma per 
ora dichiaro di non essere assolutamente in grado 
di fornire alcuna informazione rilevante. 

Mentre diceva questo, fece un altro passo verso 
la porta; ma delle voci lo fermarono. 

— Non si può fare così! urlò un tale. 

— Perdio! riprese un altro, sarebbe troppo 
comodo. 

Giuliano era comunque deciso a uscire; e forse 
stava per aver luogo qualche deplorevole conflitto 
quando un nome passò improvvisamente di 
bocca in bocca: 


= Signor Voitrin! 


105 


Panfilo sospirò soddisfatto. 

— Il commissario di polizia, disse a Giuliano; 
se volete parlargli? 

Voitrin, appena apparso, era stato circondato. 
Due o tre persone gli rivolgevano la parola 
contemporaneamente. 

Si fece da parte per andare da Giuliano. 

— Signore, disse quest’ultimo, presentandosi, 
sembra che sia a voi che devo chiedere il favore di 
non perdere il treno di Parigi questa mattina. 
Nulla, immagino, impedisce a un viaggiatore 
tranquillo di andare e venire a suo piacimento. Le 
sarei obbligato di farlo capire a questa brava 
gente. 

— Mi dispiace, signore, di non poter assecon- 
dare il suo desiderio, ma non siete all’oscuro di 
cosa è successo qui; e il mio dovere, in un caso così 
grave, è di agire solo con la massima circospe- 
zione. Tutto si deve svolgere con ordine. Farò 
quindi le prime osservazioni nella stanza della vit- 


tima, poi procederemo agli interrogatori. 


106 


Indicò a Giuliano la piccola stanza in fondo. 

— Se volete aspettarmi un momento in questa 
stanza, ritarderò il meno possibile per 
raggiungervi. 

Poi, a Panfilo: 

= bal primo piano, vero? 

— Sì, signore, alla numero 3; vi ci accom- 
pagno... Mio Dio! Mio Dio! Che aftare! 

Voitrin fece un cenno a un giovane che era en- 
trato dietro di lui con una valigetta di pelle sotto il 
braccio, poi si girò di nuovo: 

— Il medico non è venuto? 

— No, risposero diverse voci. — Lo mande- 
rete su appena arriva, disse Voitrin. 

Uscì dalla sala e iniziò a salire le scale per il 
primo piano. Due agenti erano già appostati sulla 
soglia. 

— Fate in modo, disse, che nessuno esca. 

E si avviò lungo il corridoio, seguito dalla sua 
segretaria. 


Quando tornò da Giuliano erano passati al- 


107 


meno tre quarti d'ora e il giovane cominciava a 
mostrare una certa impazienza. 

— Mi scuserà se ho tardato così tanto, disse, 
ma ho dovuto necessariamente ricevere due o tre 
deposizioni prima della sua. 

— Mi dispiace, disse Giuliano, di non poterla 
illuminare in alcun modo, nonostante la mia 
buona volontà. Sono venuto qui ieri alle cinque e 
mezza; ho cenato qui alle otto; alle nove ero nella 
mia stanza e ne sono appena uscito. In tutto 
questo tempo non ho notato nulla, non ho visto 
nulla, non ho sentito nulla. 

— Oh, oh! esclamò Voitrin, interrompendolo 
con un gesto, non siamo così precipitosi! 

Guardò il suo cancelliere per accertarsi che 
fosse pronto a scrivere; poi a Giuliano: 

— Il vostro nome? 

Giuliano stava per rispondere, quando la porta 
si aprì rumorosamente, facendo passare una per- 


sona a lui sconosciuta. 


108 


— Marcillac! disse il giovane segretario, alzan- 
dosi subito in piedi. 

Il commissario di polizia si alzò per stringere la 
mano al nuovo arrivato e parlargli per un 
momento. 

— Ecco lo stato dei luoghi e le prime deposi- 
zioni, disse, presentando vari documenti a 
Marcillac. 

E, dopo avergli dato un'occhiata: 

— Se vuole procedere lei stesso 
all’interrogatorio? 

— Grazie, disse Marcillac, continuate pure. 

Quando sentì il nome di Marcillac, il volto di 
Giuliano cambiò. 

Il marito di Elena era di fronte a lui. 

Il marito di Elena, e lui doveva tacere! 

Che dico, tacere? Non doveva dissimulare? Per 
Giuliano, far conoscere la propria identità in quel 
momento avrebbe significato di sicuro compro- 


mettere la povera donna che il giorno prima gli 


109 


aveva dimostrato, con tanto coraggio, tutto il suo 
affetto? 

— Il vostro nome? chiese ancora Voitrin. 

Giuliano era pronto a buttare lì il primo nome 
che gli veniva in mente, quando i suoi occhi in- 
contrarono il fazzoletto che aveva posato accanto 
a sé e in un angolo si distinguevano le iniziali G. 
G. Esitò un attimo e rispose: 

— Giuseppe Gutrin. 

— Sembra che non ne siate del tutto sicuro? 
disse Voitrin. 

Giuliano vide lo sguardo di Marcillac fermarsi 
su di lui. Sostenne questo sguardo senza battere 
ciglio. 

— La sua età? continuò Voitrin. 

— Trentuno anni. 

— La sua professione? 

— Commerciante. 

— Specifichi pure. 

— Intermediario d’affari. 


— Dove? 


110 


— A New York. 
— Arriva adesso? 
— Da Parigi. 

— E tornerà? 

— A Parigi. 

— Che affari aveva a V.? 
— Nessuno. 

— Ha parenti lì? 
— No, non ne ho. 
— Haamici? 

— No. Amici? 


— Dunque che ci viene a fare? 


Giuliano si alzò di scatto. 

— Ah, esclamò, questo è chiedere troppo a 
me. Se il mio interrogatorio deve continuare in 
questo modo, è inutile proseguire! 

— La mia domanda non è forse semplice? 

— Può darsi; ma mi permetterete di non 
rispondere. 

Fu il turno per Voitrin di alzare la testa: 


— Sapete, signore, disse a Giuliano, che, allo 


111 


stato attuale delle informazioni, qualsiasi rifiuto 
da parte vostra potrebbe comportare le più gravi 
accuse nei vostri confronti. 

— Credevo di essere trattenuto qui come testi- 
mone, disse il giovane, e sono sorpreso di scoprire 
che sono interrogato come imputato. 

— Forse, disse Marcillac all'improvviso, le di- 
chiarazioni già ricevute tendono a fare di lei un 
accusato. 

Il giudice istruttore diede un’altra occhiata ai 
fogli che stava esaminando, mentre il segretario 
annotava le prime risposte di Giuliano alle do- 
mande di Voitrin, poi riprese: 

— Ieri sera, alle undici, il custode Toussaint vi 
ha incontrato lungo il corridoio del primo piano, 
nello spazio che si estende tra la vostra camera e 
quella della vittima. 

Giuliano è rimasto in silenzio. 

— Non lo nega? chiese Marcillac. 

— No, rispose Giuliano. 


— Quando avete visto apparire questo ra- 


112 


gazzo, avete improvvisamente spento la candela 
che tenevate in mano. Toussaint domandò: “Chi 
va là?” Era molto lento a rispondere? 

Giuliano non batté ciglio. 

— Un attimo prima di salire, continuò Mar- 
cillac, lo stesso Toussaint aveva sentito il rumore 
di una finestra che veniva abbassata. Non avete 
sentito quel rumore? 

— Sono stato io a chiudere la finestra. 

— Perché l’ha fatto? 

— Mio Dio... perché era aperta. 

— AHR!, disse Marcillac, è strano che abbiamo 
appena trovato nel vicolo che costeggia una delle 
pareti dell'albergo una borsa di pelle gialla, che 
potrebbe benissimo essere stata gettata dalla fine- 
stra che lei stesso dice di avere chiuso. Questa 
borsa mi è stata appena consegnata mentre en- 
travo. Marcillac mostrò l'oggetto a cui si riferiva. 

— La riconosce? domandò. 

Giuliano girò la testa con un’impercettibile 


scrollata di spalle. 


113 


— Panfilo, continuò Marcillac, sostiene di aver 
visto la stessa borsa nelle mani della vittima più di 
una volta; purtroppo, questa borsa è vuota. Fissò 
intensamente Giuliano e aggiunse: 

— Si trattava, in effetti, di un oggetto compro- 
mettente che doveva rapidamente sparire. 

Il giovane non riuscì a trattenere un sorriso. 

— Lei ne parla, disse, come se il denaro di 
questo sfortunato fosse stato appena trovato nelle 
mie mani. 

— Bah! disse Marcillac, ci sono tanti modi per 
far sparire beni pericolosi. 

— Non sarebbe stato più semplice sparire io 
stesso? 

— Più semplice, sì. Sarebbe stato anche più 
semplice prendere l’orologio trovato nella stanza 
della vittima, ma sarebbe stato meno intelligente. 
L'orologio è un oggetto compromettente; fuggire 
significa denunciare se stessi. 

— Perdonate, disse Giuliano, cerchiamo di es- 


sere logici. Se ammette che non ho lasciato 


114 


l’albergo da ieri sera, come pretende che io sia riu- 
scito a farlo sparire? 

Marcillac lo interruppe con un gesto e, guar- 
dandolo ancora una volta in faccia: 

— Siete sicuro che da ieri siete sempre stato 
qui da solo? 

Giuliano di colpo divenne estremamente 
pallido. 

Quando spegnevate la candela ieri sera, mentre 
Toussaint si avvicinava, un’altra persona era nel 
corridoio con voi. Toussaint è sicuro di aver visto, 
voltandosi, l'ombra di una donna che si stagliava 
nel vano più luminoso della scala. Questa donna 
scendeva precipitosamente le scale. 

— Toussaint ha mentito, esclamò brusca- 
mente Giuliano. 

— E la moglie di Panfilo ha mentito? 

Anche lei dichiara di aver visto dal suo ban- 
cone, due ore prima, una donna sconosciuta che 


si infilava nel vicolo del pianterreno. Era avvolta 


115 


nel mantello in maniera ermetica. Rispondete, chi 
era questa donna? 

— Ehi! disse Giuliano, non so che volete dire. 

— Quindi vi rifiutate di spiegare... 

— Sì, mi rifiuto di spiegare, ho già detto 
troppo. Per l’amor di Dio, non insista! 

— Vorrei farle notare, signore, che con questo 
atteggiamento lei aggrava in modo singolare la sua 
posizione. 

— Bene! disse Giuliano, lasciate che sia io a 
giudicare, se mi ritenete colpevole. Non mi abbas- 
serò a discutere un’accusa così ridicola. Ancora 
una volta, non so nulla di tutto ciò di cui mi par- 
late. Non ho visto nulla, non ho sentito nulla. La- 
scio le cose come stanno. Questa è la mia ultima 
parola. 

Giuliano si sedette con le mani strette. Mar- 
cillac si avvicinò silenziosamente al tavolo dove 
era seduto il giovane cancelliere. Prese una penna 
d'oca e dei fogli; poi, indicando Giuliano, disse al 


commissario di polizia: 


116 


— Vi darò un ordine di detenzione per il si- 
gnore. L’imputato è stato portato in presenza 
della vittima? 

— Non ancora, disse il commissario di polizia. 

— Allora, saliamo al primo piano. 

Voitrin aprì la porta, invitando Giuliano a 
passare. 

Per quanto coraggioso fosse il giovane, non 
riuscì a reprimere un gesto di commozione 
quando vide due gendarmi in piedi ai lati della 
porta. Accompagnato da loro e seguito da Voitrin 
e Marcillac, salì le scale un’ultima volta ed entrò 
nella stanza del bell’Antonio. 

Tutto era ancora nelle medesime condizioni; 
solo il cadavere era stato sollevato e adagiato sul 
letto. Giuliano fu portato ai piedi della branda di 
legno rosso, la cui tenda era stata sollevata in 
modo che la luce potesse colpire direttamente il 
volto del morto. 

Il bell’Antonio giaceva lì, teso, con la bocca 


aperta e gli occhi rovesciati. 


117 


— Riconoscete la vittima? chiese Marcillac a 
Giuliano. 

— No, rispose quest’ultimo, voltando la testa 
dall’altra parte. 

E, con un tono che sapeva di disgusto: 

— Non potevate risparmiarmi questo 
spettacolo? 

— Dunque, continuò Marcillac, senza dare 
l'impressione di aver sentito l’osservazione, vi osti- 
nate a dichiararvi innocente del crimine che vi è 
stato imputato? 

— Confermo, rispose Giuliano a bassa voce. 

— Bene, disse Marcillac, la giustizia lo 
valuterà. 

E, facendo un cenno ai gendarmi: 


— Portate via quest'uomo! 


118 


VI 


— Tutto lascia presagire una causa banalis- 
sima, disse Marcillac alla moglie durante il 
pranzo: un semplice omicidio seguito da un 
furto. 

— AR! disse Elena; e il colpevole? 

— Il colpevole ha avuto gioco facile. La vit- 
tima dormiva a due passi da lui, la chiave era nella 
porta, è entrato; ha cominciato a frugare nel secré- 
taire ma era vuoto, poi ha frugato tra gli effetti 
personali, ma nemmeno lì c'era il denaro; allora si 
è rivolto all'uomo che dormiva. Per precauzione, 
senza dubbio, quello aveva messo la borsa sotto il 
cuscino. 

Il colpevole, per assicurarsene, ha tastato con la 
mano, poi ha cercato di portargli via la borsa, 
perché era un ladro prima di essere un assassino; 
avrebbe volentieri evitato di uccidere; ma l’uomo 


si è svegliato, voleva difendere il proprio avere; al- 


119 


lora lo ha pugnalato... con un colpo secco, al 
cuore! 

— A sentirvela raccontare, disse Elena, si di- 
rebbe che foste presente! 

— Ab, ecco, disse Marcillac, per fortuna ab- 
biamo le tracce che il colpevole ha lasciato dietro 
di sé per guidarci nella ricerca della verità. È attra- 
verso questi preziosi indizi che il dramma ci viene 
raccontato per intero. Se suppongo, ad esempio, 
che l’assassino abbia frugato nel secretazre prima e 
non dopo il delitto, è perché, se l’avesse fatto 
dopo, la piccola macchia di sangue sul suo dito 
avrebbe segnato lo spigolo della porta, come è 
successo, ma non quello del secretazre. 

» Se dico che l'assassino ha cercato i vestiti, è 
perché questi vestiti non possono essere stati get- 
tati per caso ai piedi della sedia dove sono stati 
trovati. Erano in un mucchio, nell’ordine opposto 
a quello in cui la vittima aveva dovuto toglierli, 
prova sufficiente che erano stati controllati uno 


per uno. 


120 


» Ho detto che l’uomo dormiva: se non avesse 
dormito, infatti, si sarebbe alzato al rumore; es- 
sendo molto forte, avrebbe tenuto testa al suo as- 
sassino e la lotta avrebbe lasciato il segno; il cada- 
vere si sarebbe quindi trovato a una certa distanza 
dal letto. Ma no, l’uomo dormiva e, quando il col- 
pevole ha cercato di afferrare la borsa, stava ancora 
dormendo. 

» Sotto il cuscino, uno strappo triangolare del 
lenzuolo, che in un primo momento avevamo at- 
tribuito alla punta insicura del coltello, è stata evi- 
dentemente procurato dal cappio della cintura 
che serve per appendere la borsa. Infatti, se l’assas- 
sino avesse preso il denaro solo dopo la morte 
della vittima, l'avrebbe preso senza fretta, e quindi 
senza danni; ma, al contrario, ha cercato di impos- 
sessarsene mentre dormiva; poi chi dormiva si è 
svegliato e il ladro deve aver fatto un movimento 
rapido, da cui l’intoppo che vi ho segnalato. 

Ci fu un attimo di silenzio. La signora Mar- 


cillac fissava il marito. 


121 


— E il colpevole? chiese lentamente. 

— Come, il colpevole? 

— Sì; lo conoscete? 

— Cè almeno un forte sospetto contro un in- 
dividuo che è venuto in albergo ieri e rifiuta ogni 
spiegazione. 

— Quello che vi è stato riferito stamattina? 

— Proprio lui. 

— Un uomo ancora giovane, dice? Trent'anni. 

— Bruno? chiese dopo un attimo di 
esitazione. 

Sembrava che avesse paura della risposta. 

— Bene, gridò il marito, sei già interessata a 
questo strano caso! 

— Ebbene, disse Elena a bassa voce, perché 
no? 

Marcillac sorrise. 

— Non abuserò della mia posizione dando li- 
bero sfogo alla vostra curiosità. L'accusato è 
bruno, in effetti; ha i capelli corti, i baffi corti e 


un’aria determinata. 


122 


Ogni parola di Marcillac colpì Elena come una 
pugnalata nel cuore. Ma lei non sussultò. Sem- 
brava che, per il momento, questo carattere irasci- 
bile avesse dato una scossa ai suoi nervi. 

— Viene dall'America, continuò Marcillac. 
Vengono tutti da lì. Capisci, l'America è lontana. 
La sfortuna è che non può dire cosa è venuto a 
fare qui. Non si attraversa l'Atlantico per venire a 
dormire al Cappello Rosso e poi tornare indietro. È 
quantomeno inverosimile. A proposito, forse non 
vi dispiacerebbe avere il nome di questo interes- 
sante personaggio. 

Una nuvola passò improvvisamente sugli occhi 
di Elena. 

— Ha detto di chiamarsi Giuseppe Guérin. 

La giovane donna prese fiato. 

— Grazie a Dio! pensò, non ha detto il suo 
nome! 

Rimase un momento in silenzio e poi disse: 

— Allora, è stato arrestato? 

— Senza dubbio. 


123 


— Allora che cosa lo accusa? 

— Tutti gli indizi, prima, e soprattutto il suo 
silenzio. Supponiamo che un uomo onesto venga 
ingiustamente arrestato, si rifiuterà di dare le spie- 
gazioni che la giustizia esige da lui? Mai, perché 
queste spiegazioni possono solo testimoniare la 
sua buona fede. Egli dirà: “Sono venuto qui per 
un tale e tal altro scopo, ho fatto quello, tali e tali 
mi hanno visto; questo mi conosce, testimonierà 
per me”. E quanto più onestà c'è in quest'uomo, 
tanto più dovrà prendersi a cuore di scagionarsi 
dall'azione criminale che gli viene rimproverata. Il 
contrario, lo ammetterete, sarebbe inspiegabile. 

— Non è stato trovato nessun documento su 
di lui? 

— No, neanche uno. Non si può dire che sia 
arrivato con le tasche vuote, ma il tipo è prudente. 
Cera cenere fresca nel camino. I documenti com- 
promettenti deve averli bruciati. 

— Il mio biglietto! pensò Elena. 


E vide nella sua immaginazione, nella stanza 


124 


della locanda, il bagliore fugace dei fogli cui aveva 
dato fuoco. 

— Siamo stati più fortunati per quanto ri- 
guarda l'arma, continuò Marcillac, un coltello- 
pugnale di piccole dimensioni è stato trovato ad- 
dosso all’accusato 

— AH! 

— L'arma sembra intatta; ma va detto che la 
ferita ha appena sanguinato e che, d’altra parte, la 
federa del cuscino reca una traccia rossa simile a 
quella che potrebbe essere stata lasciata da una 
lama che è stata ripulita. 

— Infine, chiese la signora Marcillac, non 
senza una certa angoscia, non aveva il denaro 
rubato? 

— AR! per questo, no! Ma allora non ci sareb- 
bero dubbi e il caso sarebbe troppo banale. Il col- 
pevole non è così inesperto, grazie a Dio, da non 
avermi lasciato qualcosa da scoprire. Che fine 
hanno fatto i soldi? la domanda si pone natural- 


mente. Lo sapremo presto, spero, perché sono già 


125 


sulle tracce. Non c'è altro da fare che seguire... Ma 
lasciamo perdere, io vi sto tormentando con 
queste brutte storie e voi non mangiate più. 

Elena sembrava non aver sentito le ultime pa- 
role del marito. Lo guardò fisso e, calma in appa- 
renza, ma ansiosa nel cuore, disse: 

— Che piste seguite? 

— Siamo più o meno certi, rispose Marcillac 
con calma, che l’accusato non ha trascorso tutto il 
tempo in albergo da solo. La sera è stato rag- 
giunto da una persona che è stata in grado di far 
sparire in tempo i proventi della rapina. 

— AR! disse Elena, barcollando, un complice? 

— Una donna! 

A questa parola si sentì soffocare. Le sembrò 
che una mano invisibile le serrasse strettamente la 
gola. Avrebbe voluto pronunciare una parola, ma 
non ne sarebbe stata capace. D'altronde, non si 
sognava neppure più di fare domande, era atter- 
rita; avrebbe voluto fuggire, nascondere il viso, 


torcersi le mani, gridare: che ne so! E invece do- 


126 


veva fare l’indifferente, rimanere fredda e come in- 
sensibile al suo posto, con il marito davanti. 

— Ah, dovremo trovarla, continuò Marcillac, 
al quale, per fortuna, sfuggì la confusione di 
Elena. 

La moglie di Panfilo l’ha appena intravista 
dalla finestra mentre passava, ma giura su Dio di 
poterla riconoscere dall'aspetto, se non dal volto. 
Anche uno dei ragazzi l’ha vista. Tutte queste 
persone ci aiuteranno. Per quanto riguarda laccu- 
sato, sapremo come farlo parlare. 

La signora Marcillac, ascoltando il marito, 
cercò di rassicurarsi. 

— Coraggio! Non è ancora tutto perduto, si 
disse. 

All'improvviso con un colpo violentò suonò il 
campanello. Si sentì vociferare per un momento 
nell’anticamera; dopo entrò la cameriera e, rivol- 
gendosi a Marcillac: 

— È l'oste del Cappello Rosso che chiede con 


insistenza di parlare con il signore. 


127 


— Panfilo? gridò Marcillac; fatelo entrare! 

L’albergatore, con il cappello in mano, apparve 
sulla soglia della sala da pranzo. 

— Ebbene, chiese Marcillac, che c'è di nuovo? 

— Signor giudice istruttore mi scuserà, disse 
Panfilo, facendo un passo avanti con imbarazzo; 
se avessi disturbato il signore... 

— Ma voi non mi disturbate affatto. Sedetevi 
pure. 

Panfilo prese la sedia che la cameriera gli por- 
geva e, dopo aver asciugato le gocce di sudore 
sulla fronte con il fazzoletto, disse: 

— Signore, ecco il fatto in due parole: mi è tor- 
nato in mente un dettaglio che avevo dimenticato 
quando ho fatto la mia deposizione. Voi sapete 
com'è... l'affanno del primo momento. Quando si 
vede di colpo, in un albergo rinomato... 

— Andate al sodo! disse Marcillac, al sodo! 

— Ecco, disse Panfilo. Forse non è molto im- 
portante, ma potrebbe anche tornare utile. In- 


somma, è un’osservazione che ho fatto, e siccome 


128 


mi frullava in testa da un’ora, mi sono deciso e 
sono venuto di corsa da lei. 

— Grazie per la sua disponibilità, Panfilo. Non 
cè nessun piccolo dettaglio da trascurare in una 
simile avventura. Ma, ancora una volta, il fatto! 

— Forse conosce Floquart, disse Panfilo, 
Gianni Floquart? 

— Il giardiniere? 

— Precisamente. 

— Un uomo pigro, un ubriacone. 

Panfilo si inchinò. 

— Vedo che il signore lo conosce. 

— Per Giove! Lo faccio lavorare. Sembra un 
Ercole ma ha scarse energie... Quindi, Floquart? 

— Floquart era sdraiato ieri sulla panchina di 
pietra accanto alla mia porta. Poiché questa pan- 
china riceve il sole, viene qui abbastanza spesso... 
quand’ecco il viaggiatore in questione... 

— Il giovane arrestato? 

— Sì, quando il giovane esce dall’albergo con 


un foglietto che ha appena scritto, come se fosse 


129 


una lettera da portare in città. Senza dubbio, 
quando ha visto Floquart si è detto: “Ecco il mio 
uomo!” perché scambiò con lui qualche parola; 
dopodiché gli consegnò prima il foglio e in se- 
guito alcune monetine. 

A questa rivelazione, l'occhio di Marcillac si 
era improvvisamente illuminato. Elena ascoltava, 
pallida come un lenzuolo. 

— La conversazione era stata lunga? domandò 
Marcillac. 

— Il tempo di dare le istruzioni necessarie. 

— E non ne avete saputo nulla? 

— Non ho sentito nulla. Non me ne sono 
nemmeno accorto in quel momento. Sospettavo 
così poco... 

— Va bene, disse Marcillac, vi ringrazio. 

— Non credete, azzardò timidamente Panfilo, 
che la lettera consegnata a Floquart possa essere 
un avvertimento per qualche complice? 

— Fvidentemente! Parole d’oro, caro Panfilo. 


Qualunque sia la lettera, deve essere stata deposi- 


130 


tata da Floquart in un luogo preciso che non ha 
avuto il tempo di dimenticare, nelle mani di una 
persona di cui chiaramente conservava la me- 
moria. Attraverso di lui possiamo quindi tenere il 
filo conduttore di questa vicenda, forse trovare la 
traccia di questa misteriosa donna che due per- 
sone nella vostra casa affermano di avere visto. In 
ogni caso, l'informazione è preziosa, e tanto più 
preziosa in quanto l’accusato è fermo nel più asso- 
luto silenzio. Avremmo almeno un quadro chiaro 
delle sue relazioni. Andiamo, andiamo, è tutto a 
posto, continuò, sfregandosi le mani. Devo inter- 
rogare subito Floquart. Firmerò un mandato di 
comparizione immediata. Il suo indirizzo? 

— Vicolo dei Mulini, credo. 

— Ho quasi voglia di andarci anch'io. 

La signora Marcillac alzò bruscamente la testa. 

— Non ci state pensando! 

— Perché no? 

— Ma... aggiunse balbettando, perché Flo- 


quart non è mai a casa... E poi, non è forse ogni 


131 


martedì che va a lavorare a Rouvières? Sì, il mar- 
tedì è il suo giorno. 

Fece un respiro profondo e continuò: 

— Dopotutto, questo non è un motivo per 
trascurare di avvertirlo. Inviategli subito un man- 
dato. Così non perdiamo tempo... Non appena 
sarà libero, verrà. 

E mentalmente aggiunse: 

— Verrà, sì; e allora io sarò lì, potrò avvertirlo, 
anche solo con una parola... con un gesto... Oh! 
quest'uomo deve tacere, deve! 

Poi, lanciando uno sguardo ansioso al marito, 
che stava firmando un foglio: 

— Se non vedo per prima Floquart, pensò, 


sono perduta! 


132 


VII 


Parlare per prima a Floquart, questa fu per 
qualche ora la preoccupazione di Elena. Oppri- 
mente angoscia! Le sue paure, vaghe fino a quel 
momento, si erano concretizzate; si erano come 
fuse in un’unica preoccupazione; preoccupazione 
terribile, spietata: sentire la sua condanna emessa 
dalla bocca di quest'uomo! 

Elena non aveva quindi altro pensiero: com- 
prare, a qualunque prezzo, il silenzio di Floquart. 

Di fronte alla propria condizione, aveva di- 
menticato quella dell’uomo che amava. Salvare il 
suo nome da questa sinistra avventura, poter re- 
stare davanti al marito a testa alta, era l’unico 
obiettivo a cui tutto il suo spirito tendeva; il resto 
era svanito per lei! 

Ah! avreste compatita questa donna veden- 
dola, quando spinse dietro di sé la porta della sua 


stanza! I suoi lineamenti, che una volontà incredi- 


133 


bile aveva sostenuto fino ad allora, tradivano 
ormai il dolore; le sue labbra si contrassero e nei 
suoi occhi apparve lo stupore. 

Pazza, sbalordita, passandosi la mano sulle 
tempie sudate, invocava la sua fuggevole sanità 
mentale, raccogliendo con grande difficoltà le idee 
disorientate. 

Dobbiamo andare a incontrare Floquart o 
aspettarlo? Se lo chiedeva. Il suo primo proposito 
era stato di buttarsi uno scialle sulle spalle, allac- 
ciarsi velocemente un cappello e andare in Vicolo 
dei Mulini; ma cosa penserebbe di vederla in un 
posto del genere, se per caso la incontrasse? 
Questa circostanza non sorprenderebbe davvero 
suo marito, se venisse a saperlo? E poi, se per di- 
sgrazia Floquart s’incrociasse con lei! Oh! no, non 
doveva sognarsi di andare da Floquart. 

Quindi lei lo aspettava. 

Che attesa! 

Ad ogni passo che riecheggiava nella strada so- 


litamente tranquilla, lei era alla finestra. Quando 


134 


il silenzio stesso era troppo lungo, correva di 
nuovo lì, interrogando con ansia entrambi i lati 
della strada. 

Tuttavia, a un certo punto, qualcuno suonò il 
campanello prima che avesse il tempo di guardare. 
Si precipitò giù per le scale e arrivò proprio 
mentre la cameriera apriva. Non era Floquart. 
Pensò di dovere far capire alla domestica il motivo 
della sua premura, rimproverandola per non es- 
sere venuta ad aprire prima la porta. Inoltre, si 
pentì immediatamente del suo ingiusto rimpro- 
vero ed ebbe il timore di non aver lasciato traspa- 
rire la sua preoccupazione. 

Per un attimo ebbe l’idea di sistemarsi con 
qualche lavoro di cucito nella sala da pranzo al 
pianterreno che dava sulla strada; ma temeva an- 
cora che potesse sembrare strano, perché non era 
sua abitudine. Tutto è terrore per l’anima in pena. 
Tornò nella sua stanza e si abbandonò più che 
mai ai suoi struggenti pensieri. Cosa avrebbe 


detto a Floquart? Come addolcire, come ammor- 


135 


bidire questo selvaggio? Elena se lo chiedeva 
ancora. 

Non ignorava che Floquart non la vedeva di 
buon occhio. Alcuni rimproveri piuttosto secchi 
e una minaccia di licenziamento avevano gettato 
più di un’amarezza nei rapporti del giardiniere 
con la sua padrona. 

Lo vide brontolare come aveva fatto l’ultima 
volta e fissare su di lei uno sguardo cattivo. Cosa 
non avrebbe dato per non aver mai detto altro che 
parole dolci e gentili a quell'uomo! Che cosa non 
avrebbe fatto se non congratularsi con lui per la 
sua temperanza e fargli accettare un aumento di 
stipendio come prezzo della sua pigrizia! Ahimè, 
non era più tempo. 

Come avrebbe interpretato Floquart l’atteggia- 
mento amabile della signora Marcillac? 

Senza confidarsi assolutamente con lui, era 
certo necessario dire abbastanza per fargli capire la 
situazione. Non ne avrebbe abusato? 


Lo spirito del male dà spesso una singolare 


136 


chiaroveggenza. Chi sa se, fin dal giorno prima, 
questo disgraziato non avesse già sospettato il 
ruolo che il caso gli aveva assegnato? Chissà se 
non avesse già intuito la sua vendetta? 

E un giorno intero passò in questi micidiali 
tormenti! 

Quel giorno Marcillac non cenò a casa. Ce- 
dendo alle pressanti richieste, aveva promesso di 
onorare della sua presenza un pranzo semi-uffi- 
ciale. Elena doveva a questa circostanza il fatto di 
essere, almeno per quella sera, libera da ogni co- 
strizione; ma le sue angosce, lungi dal diminuire, 
non fecero che aumentare. Se per caso suo marito 
avesse incontrato Floquart! Impazziva al solo 
pensiero. 

Infine, la sera passò, molto lentamente, e anche 
la notte. 

Al mattino aspettò con ansia che il marito si al- 
zasse. Il rumore di una porta aperta le disse che 
stava entrando nel suo studio. Stava per raggiun- 


gerlo quando il campanello suonò. 


137 


Una persona che non conosceva le stava por- 
tando una lettera per Marcillac. Che cos'era 
questa lettera? Tutto la preoccupava, tutto le 
sembrava pieno di tempeste adesso. 

Bussò con discrezione alla porta del marito. 

— Entrate, disse Marcillac. 

E, sorpreso di vederla: 

— Voi, signora, siete già in piedi! A cosa devo 
il piacere della vostra visita? 

— Vi hanno appena portato una lettera, disse 
Elena. Ne aspetto una da Clarissa. C'è un errore? 

— No, disse Marcillac, che aveva appena 
aperto la busta e dispiegato il quadrato di carta 
che conteneva, è del dottor Maury. Ed ecco, ap- 
punto, l'affare del Cappello Rosso, al quale ieri 
sembravate interessarvi. Il dottore ha eseguito 
l'autopsia alla vittima e mi ha mandato il suo rap- 
porto. Volete vederlo? 

Elena fece un cenno di assenso con la testa. 

— Certamente, disse, sedendosi di fronte al 


marito. 


138 


Marcillac lesse: 

«Noi sottoscritti, Gianfrancesco Maury, dot- 
tore in medicina, ecc. siamo venuti, ecc., per esa- 
minare le ferite riportate dal signor Férou (An- 
tonio), nativo di Fresnois, e di indagare con 
l'autopsia su quali lesioni interne possano aver de- 
terminato la morte, di verificare a che ora possa 
essere stato commesso l'omicidio, di conoscere il 
tipo di arma utilizzata e ogni altra circostanza che 
possa illuminare il procedimento giudiziario. 

» La vittima presenta sul lato sinistro del to- 
race, tra la seconda e la terza costola, a circa un 
centimetro dallo sterno, una ferita penetrante 
larga due centimetri e mezzo, i cui margini, quasi 
uniti sul lato dello sterno, sono distanti due centi- 
metri sul lato opposto; il che fa credere che la fe- 
rita sia stata prodotta da un’arma bianca, un col- 
tello piuttosto grande con il dorso rotondo. Si os- 
serva poco sangue intorno alla ferita...». 


— Un grosso coltello con il dorso arroton- 


139 


dato? Come può essere? Quindi non è questa 
Parma che abbiamo in mano? 

Elena ebbe un impercettibile movimento di 
soddisfazione. 

«Verso la regione del cuore, continuò il giu- 
dice istruttore proseguendo la lettura. Le im- 
pronte digitali, quattro sul lato destro del collo, 
una forte a sinistra, indicano che una mano vigo- 
rosa ha tentato di strangolare la vittima nello 
stesso momento in cui il colpo è stato sferrato dal 
davanti e dall’alto verso il basso. Il corpo non pre- 
senta segni di violenza. 

» L'arma che ha prodotto la ferita esterna è pe- 
netrata nel torace. Ha lacerato il pericardio, ha 
aperto il ventricolo destro all’apice, poi l’atrio sini- 
stro e ha tagliato trasversalmente l’arteria polmo- 
nare. Lo stomaco, ancora disteso...». 

— Vi risparmio questi dettagli, disse Marcillac 
girando la pagina. Passiamo ai risultati. 

«Dai fatti e dalle osservazioni di cui sopra, rite- 


niamo di poter concludere: 


140 


» 1° Che il signor Antonio Férou, sorpreso du- 
rante il sonno, è stato, se non strangolato, almeno 
serrato alla gola con una forza tale che i primi 
sforzi che ha dovuto fare per resistere all'attacco 
che stava subendo sono stati vanificati; 

» 2° Che la ferita penetrante che ha determi- 
nato la lesione già descritta era sufficiente a procu- 
rare immediatamente la morte, come accade per la 
rottura di un aneurisma della vena cava superiore 
o inferiore... ».. 

— Tutto ciò è pienamente coerente con le no- 
stre supposizioni, osserva Marcillac, ma vediamo 
cosa succede dopo. 

« 3° Che la digestione era oltre la metà del suo 
corso, cioè a dire verso la terza ora, il che sembra 
stabilire che il signor Antonio Férou è stato col- 
pito circa tre ore dopo il pasto». 

— Tre ore dopo il pasto, disse alacremente 
Marcillac, posando il referto sul tavolo; ma questo 
ci dà solo le undici, perché in effetti è verso le 


otto, secondo la dichiarazione di tutte le persone 


141 


dell'albergo, che il bell’Antonio ha cenato. Ora, è 
stato proprio quando stavano per scoccare le un- 
dici che il giovane Toussaint ha dichiarato di aver 
incontrato l’individuo che stiamo trattenendo nel 
corridoio del primo piano. C'era un collegamento 
tutt'altro che favorevole all’imputato. Come si 
spiega il fatto che, aggirandosi nella stanza della 
vittima proprio nel momento in cui veniva com- 
messo il crimine, non avesse la minima idea di 
cosa stesse accadendo? Se non vedeva nessuno, era 
impossibile che non percepisse alcun rumore. In 
assenza di grida, il movimento della lotta, la ca- 
duta del corpo soprattutto, avrebbero dovuto 
destarlo... 

— Ma, azzardò la signora Marcillac, ha detto 
di non aver sentito nulla? 

— Perbacco! non dice né questo né altro. Si ri- 
fiuta assolutamente di parlare; un ottimo modo 
per non lasciarsi sfuggire nulla di compromet- 
tente; solo che, se non si confessa, il comporta- 


mento stesso ci condanna. Inoltre, continuò 


142 


dopo una pausa, tutti i fatti concordano finora 
nel mantenere l’accusa. 

— Quindi il rapporto di Maury finalmente vi 
convince della colpevolezza di quest'uomo? 

— Oh, completamente, disse con sicurezza il 
giudice istruttore. Resta ora da scoprire il 
complice... 

Con queste parole la porta si aprì e un servi- 
tore annunciò: 

— Il signor Floquart. 

Marcillac affondò con aria soddisfatta nella 
sua poltrona di pelle. 

— Ecco, prosegue, è colui che, spero, ci met- 
terà sulle sue tracce. 

Al nome di Floquart trasalì la signora Mar- 
cillac. Guardò con occhi smarriti la porta spalan- 
cata, chiedendosi se restare o scappare. 

Floquart entrò. 

Abbiamo già visto apparire questo perso- 
naggio all’inizio della nostra storia. Quanto al 


morale, abbiamo finora dato un’idea sufficiente; 


143 


per l'aspetto fisico, era alto biondo slavato, con un 
atteggiamento disinvolto, corporatura snella. 
Nient'altro che insignificanza nel suo viso im- 
berbe, a parte due piccoli occhi incerti che lam- 
peggiavano di continuo sotto le ciglia bianche. La 
schiena era leggermente arcuata, la testa un po 
curva, le spalle mollemente cadenti. 

Entrando, si tirò su a metà e, mentre finiva di 
allacciarsi le maniche della blusa blu, fece qualche 
passo verso Marcillac. 

— Sono io, signor giudice, disse. 

Poi, rivolgendosi ad Elena: 

— I miei rispettosi omaggi alla signora. 

In piedi davanti alla poltrona del marito, la si- 
gnora Marcillac guardava Floquart con una indi- 
cibile angoscia. 

— Il signore mi scuserà, disse Floquart, se non 
sono venuto prima. Ieri lavoravo fuori città. Ho 
saputo solo la sera, al mio ritorno, che il signore 


voleva parlarmi. Ho pensato che potesse essere 


144 


tardi per presentarmi. Oggi sono venuto la mat- 
tina per essere sicuro di trovare il signore. 

— Forse sapete di cosa si tratta. 

— Panfilo mi ha accennato una parola. Povero 
ragazzo, è senza speranza. Lo capisco. Vede, si- 
gnore, che affare! E quando penso che, l’altra sera, 
ero lì come gli altri e che non sospettavo nulla! 

— AK! eri da Panfilo l’altro ieri? 

— EA! Sono rimasto lì tutta la sera come al so- 
lito... Signora, sa, fino all’ora in cui ti cacciano via. 
L'ho detto poco fa a Panfilo: «Hei, è... è strano 
che non abbiamo sentito niente!» 

— Se non avete sentito niente, avete almeno 
notato qualcosa? 

Sembrava che Floquart stesse cercando tra i 
suoi ricordi; poi, con una leggera alzata di spalle: 

— Niente! Quella sera, disse Marcillac passan- 
dosi le dita sulla fronte con aria significativa, forse 
eravate un po’... 

— Un po’ brillo? disse Floquart; Oh! non 


credo. 


145 


— Andiamo avanti. Immagino allora che la 
tua memoria... Ti ricordi meglio, spero, cosa è 
successo durante il giorno. Una persona venuta a 
soggiornare in albergo vi ha dato un breve 
messaggio. 

— AN! sì, disse d’un tratto Floquart, me lo ri- 
cordo molto bene. 

Gli occhi di Elena incontrarono quelli di Flo- 
quart. La giovane sembrava disperata. 

All’inizio il giardiniere sembrò volerla schivare; 
poi si voltò di colpo verso la sua padrona e la 
guardò con un'aria strana. 

— Sciagurato! pensò la signora Marcillac, non 
mi capisce! 

— Era davanti all'albergo, vero? disse il giudice 
istruttore. 

— Sì, mi vedo ancora come se fosse adesso. Ero 
disteso su una panca che è, per così dire, lì contro 
la porta. Dall’albergo esce un signore, un gio- 
vane... Sembrerebbe che sia stato lui, visto che è 


stato arrestato. 


146 


Elena tossì leggermente. Floquart gira la testa. 
Era pallida, con i suoi grandi occhi spalancati. 
Continuò piano, sempre guardandola dall’alto: 

— Il signore è venuto da me. “Ti incaricheresti 
di una commissione?” mi dice. 

— Sì, rispondo, se non dura a lungo e se è ben 
pagata. 

— Sei servito a volontà. 

— Beh, va bene. 

— Quindi si tratta di questo, mi ha detto. 
Devi andare alla Piazza del Mercato. Sul marcia- 
piede a sinistra,... a sinistra venendo da qui..., ve- 
drai un ragazzo che cammina. Indossa una cami- 
cetta blu come me, con la barba sottogola. Lo ri- 
conoscerai facilmente tra gli altri per il suo cap- 
pello rotondo di feltro, nero con un anello in osso 
al nastro. Gli darai questa lettera, dicendogli che è 
da parte di chi sa lui. 

E, dicendomi questo, mi mise in mano la let- 


tera e tre graziose monetine. Io ho fatto la com- 


147 


missione, ovviamente; ho trovato l’uomo, gli ho 
dato la lettera e via! 

— ANA! disse Marcillac visibilmente infastidito, 
era un uomo? 

— Sì, disse Floquart, un uomo alto e bruno. 

— Non l’avete mai visto prima? 

— No. 

— Sembrava del posto? 

— Signora, non lo so; ma direi piuttosto di no. 

— Bisogna trovare quest'uomo immediata- 
mente. 

Prende una penna. 

— Voi dite “alto, bruno”? 

— Sì, barba sottogola, camicetta blu, feltro 
nero, con la fibbia in osso. 

— E ancora? 

— È tutto. 

— Vediamo, cercate di ricordare bene, non vi 
ha risposto? 

— No; ha solo fatto un cenno con la testa in 


quel modo, come per dire “grazie”. 


148 


— Edera solo? 

— Quando gli ho parlato, tutto solo. 

Da un attimo, Elena non era più la stessa. 
Ascoltò, stordita ma raggiante, la bella immagina- 
zione di Floquart. 

— AR! disse Marcillac con un gesto di irrita- 
zione, la donna ci sfugge. 

E a Floquart: 

— Potete andare, amico mio; se avessi ancora 
bisogno di voi, ve lo farei sapere. 

— Signore... Signora... disse Floquart, 
inchinandosi. 

— Gradirete un bicchiere di vino per rinfre- 
scarvi, vero, mio buon amico? disse Elena. 

— AR! disse con galanteria Floquart passando 
nella stanza accanto, si è abbastanza educati da 
non dire mai di no alle signore. 

Seguì dunque la signora Marcillac nella sala da 
pranzo. 

Erano lì da soli. 


Guardò Elena prendere un bicchiere dalla cre- 


149 


denza, stappare una bottiglia e versargli da bere 
con mano tremante. 

Allora afferrò il bicchiere pieno e, sogguardan- 
dola sempre, se lo portò alle labbra. 

Elena si era assicurata con uno sguardo che 
nessuno potesse vederli. Si avvicinò a Floquart da 
dietro e, con voce rotta dall’emozione, disse: 

— Grazie, Floquart! Grazie! 

Il giardiniere si voltò rapidamente; 

— Perché ? 

Elena girò la testa. Vuotò il bicchiere d’un 
sorso, lo posò sulla credenza e fissandola negli 
occhi: 

— Ah, sì, ho capito, si tratta di quel bellim- 
busto dell’altro ieri, vero? Sembrerebbe che vi sa- 
reste sentita un po’ in imbarazzo se avessi detto al 
signore vostro marito a chi avevo portato la sua 
lettera. 

— Silenzio! disse Elena tremando nel guardare 
la porta. 


— Pooh! riprese con voce più sommessa, nes- 


150 


suno può sentirci. Non mi interessa, sono co- 
munque un bravo ragazzo. 

La stava ancora guardando. 

Gli toccò la mano, sussurrandogli parole di 
eterna gratitudine. 

Floquart prese tra le sue dita ossute questa fra- 
gile manina; la tenne lì un momento, e chinan- 
dosi verso Elena: 

— Dì, piccola mia, non dovrai fare più la 


smorfiosetta adesso! 


151 


VII 


— Impossibile scoprire qualcosa sull’indi- 
viduo denunciato ieri da Floquart, disse Marcillac 
alla moglie il giorno dopo. Ho messo ogni cosa 
all'aria senza successo; siamo ridotti, per tutte le 
informazioni, a quelle che ci ha dato questo 
giardiniere. 

Aggiunse, dopo un attimo di silenzio: 

— Andrò di nuovo alla locanda per vedere se 
riusciamo a scoprire qualche indizio. 

— Su quest'uomo? 

— No, sulla donna, perché dicono di averla 
vista in albergo. Diverse persone lo hanno testi- 
moniato. E poi voglio cercare... Cosa? Non lo so 
ancora. Credo che mi affiderò al caso, che è il più 
onesto degli informatori e la guida più sicura. 
Spesso basta così poco per metterci sulla strada 
giusta, un pezzo di carta, un fazzoletto, un nastro. 


Sono già tornato sulla scena del crimine, l’avrò 


152 


ispezionata male; c'è sicuramente qualcosa che 
dovevo vedere e non ho visto. Ci ritorno. 

Queste parole del marito lasciarono la signora 
Marcillac molto preoccupata. 

Le angosce che la bugia di Floquart avevano 
placato per un momento, la oppressero ancora di 
più. “Un pezzo di carta, un fazzoletto, un nastro”, 
aveva detto Marcillac. Così non ci volle nulla per 
tradire il suo passaggio al Cappello Rosso. Se solo 
lo sfortunato biglietto che aveva gettato nel ca- 
mino si fosse bruciato! Questo fu il suo primo e 
più struggente pensiero. D'altra parte, chi poteva 
assicurarle che, nel folle colloquio dell’altra sera, 
non avesse smarrito qualcosa che potesse testimo- 
niare contro di lei? 

Salì in camera sua, tutta confusa. 

La prima cosa che attirò la sua attenzione 
quando entrò fu il suo vestito che giaceva su una 
sedia, il vestito che aveva indossato quella sera. 


ITremava nel vederlo così esposto agli occhi di 


153 


tutte le persone che potevano entrare e andò su- 
bito ad appenderlo in fondo all’armadio. 

Poi pensò alle altre cose che indossava quella 
sera e, ricordando che l'oste del Cappello Rosso 
aveva giurato a Marcillac che avrebbe ricono- 
sciuto la donna che le era passata davanti agli 
occhi, Elena ebbe paura. Prese il mantello, il cap- 
pello, il velo e, guardandosi intorno spaventata, 
disse: 

— Dove potrei nasconderli? 

E già le sembrava che dita immaginarie la pun- 
tassero e che voci sconosciute gridassero da ogni 
parte: “È lei, la riconosco, è lei!” 

Elena arrotolò il mantello nel fondo di un 
baule; poi prese il cappello con mano febbrile, ta- 
gliò i nastri, strappò i lacci, strappò i fiori, che di- 
stribuì in scatole separate, poi attorcigliò il telaio e 
lo gettò tra i detriti con i pezzi strappati del suo 
velo. 

E il fazzoletto e i guanti, che ne avrebbe fatto? 


Elena si ricordò all’improvviso che, mentre Giu- 


154 


liano la stava accompagnando a casa, aveva perso 
uno dei suoi guanti. Che fine avevano fatto? 

La giovane aprì la scatola dove era solita te- 
nerli. Non c'erano. Sudò freddo. Pensò al suo ve- 
stito. Lo tolse rapidamente dall’armadio e frugò 
nelle tasche. Per fortuna il fazzoletto era lì e anche 
i guanti. 

Quando tirò fuori il fazzoletto, un piccolo 
quadrato di carta era caduto a terra. Lo spinse di- 
strattamente con il piede e, piena di soddisfazione 
per aver trovato gli oggetti che portava con sé, si 
mise a farli sparire uno dopo l’altro. 

Solo un attimo dopo, mentre gli occhi le cade- 
vano per caso sul pavimento, vide di nuovo la 
carta e si ricordò che le era sfuggita dalla tasca. La 
raccolse. 

Era un pezzo di giornale piegato e ripiegato su 
sé stesso fino a formare solo un piccolo quadrato 
duro e spesso. In uno dei suoi angoli il quadrato 
era stropicciato e anche un po’ lucido, come se 


avesse fatto da cuneo sotto un oggetto pesante. 


155 


Elena dispiegò la stampa. Era sporca e stropic- 
ciata come una carta tenuta in tasca per qualche 
tempo. Lo piegò lentamente, chiedendosi da dove 
fosse venuto. 

Mentre lo cercava, le tornò in mente l’idea del 
guanto caduto. Rivide Giuliano che si chinava 
con la candela in mano e raccoglieva... cosa? il 
guanto, sì, il guanto... e ancora? un quadrato di 
carta; sì, proprio quel quadrato che giaceva ai 
piedi della finestra. Ricordava di averlo messo 
meccanicamente in tasca. 

Era un dettaglio molto insignificante, senza 
dubbio, ma era legato alla sua visita al Cappello 
Rosso e per questo non poteva fare a meno di pre- 
starvi attenzione. 

Rimase a lungo con gli occhi fissi su quel 
pezzo di carta. Ma cosa le diceva? Nulla. 

Lo aprì ancora e lo girò. 

Sul margine bianco del foglio, alcune righe 
erano state scarabocchiate qua e là a matita. 


In un punto: 


156 


dare 6 franchi. 

Altrove, in un angolo strappato: 

lunedì a tr... 

giovedì dal signur. 

Il resto di questo promemoria era scomparso. 

Solo una cosa colpì la signora Marcillac: la pa- 
rola signur, scritta con la uò 

Mentre accartocciava il foglio e lo gettava nel 
camino, pensò: 


— Strana grafia! 


157 


IX 


Marcillac era ancora a venti passi dall’albergo, 
quando Panfilo gli stava già correndo incontro 
con impazienza. 

— È un buon pensiero che vi porta, signore, 
disse mettendosi il berretto in mano; mi stavo ap- 
punto preparando per venirvi a cercare. 

— Avete qualche notizia? 

— Sì, signore... Andate a vedere di cosa si 
tratta. Dopo questo, potreste scoprire che ho sba- 
gliato. Beh, se ho sbagliato, non è per mancanza di 
precauzioni. La stanza lassù, quella in cui il po- 
vero Antonio è stato pugnalato, era ancora nello 
stesso stato. Santo cielo, era sgradevole. Anzitutto, 
era una stanza che mi mancava; e poi, dopo la di- 
sgrazia, le nostre donne non potevano più pas- 
sarci davanti senza gridare. Le donne, si sa, sono 
un po’ nervose. Ho pensato che non ci sarebbe 


stato nulla di male a ripulirla. 


158 


— Ah, avete fatto riordinare la stanza? disse 
Marcillac, infastidito. 

— Siamo occupati in questo momento; il si- 
gnore mi scuserà se non sono venuto a trovarvi. 
Inoltre, mi sono messo in regola chiedendo al si- 
gnor Voitrin. Mi ha detto che non c’era alcun 
problema... Ma se volete che interrompiamo? 

— Oh' ormai... 

— Fa lo stesso, disse Panfilo con zelo, posso 
farli smettere. 

E quando l'oste arrivò con il suo interlocutore 
alla porta d’ingresso, balzò sulla soglia e, chia- 
mando per le scale, disse: 

— Toussaint! Toussaint! 

— Signore? disse una voce femminile. 

— Ah, siete voi, Luisa, disse Panfilo; dite a 
Toussaint di liberare la numero 3. 

E tornò da Marcillac. 

— Allora, disse il giudice istruttore, mi stavate 
dicendo qualcosa di nuovo? 


— Sì, signore. 


159 


Fece entrare Marcillac nella stanza al piano 
terra e prese dal bancone un oggetto che gli 
mostrò. 

— Ecco di che si tratta. 

— Un coltello? 

— Quello con cui è stato commesso il crimine. 

Marcillac lo prese. 

— Da dove proviene? 

— Da lassù... Non avete trovato sul cadavere 
che un piccolo coltello ben pulito 

— Sì, e che, secondo il parere di Maury, non 
sembrava corrispondere esattamente alla ferita. 
Sembra che il medico avesse ragione. L'unica cosa 
che mi ha ingannato è stata quella leggera mac- 
chia di sangue sulla testata del letto. Si sarebbe 
detto che vi fosse stata strofinata una lama. 

— In effetti, c'era stato uno sfregamento, ma 
di questa lama, non dell’altra. Il coltello si sarebbe 
pulito sul lenzuolo, per quanto abbiamo potuto 
vedere, cadendo dietro la spalliera tra il materasso 


e la testata del letto, dove lo abbiamo trovato. 


160 


— Tutto questo è ben argomentato, Panfilo, 
disse Marcillac, che continuava a rigirarsi il col- 
tello tra le dita. Un lato della lama è appena mac- 
chiato. È quello che avrà sfregato lungo il foglio. 
Bella scoperta! 

Guardò di nuovo l'arma. 

— Cè una cosa, però, che non riesco a spie- 
garmi, continuò, ed è come quest'uomo possa es- 
sere stato così attento con un coltello dritto di 
questo tipo, che è più pericoloso di un coltello da 
tasca. 

— Aspettate un attimo, gridò Panfilo, non vi 
ho detto tutto, è un coltello della locanda. 

— Un coltello vostro? 

— $ì; sono due giorni che lo cerchiamo in ogni 
angolo, ma senza riuscire a metterci le mani sopra. 

— Come spieghereste che questo coltello sia 
finito nelle mani dell’imputato? 

— Oh, è molto semplice, rispose Panfilo. Era 
stato messo insieme alle posate quando gli era 


stata servita la cena. 


161 


Marcillac alzò la testa. 

— Ne siete sicuro? 

— Sicurissimo. Luisa se lo ricorda perfetta- 
mente. È stata lei a servirlo. 

— Come può essere sicura che si tratti proprio 
di quel coltello? 

— Niente di più semplice. I nostri coltelli da 
tavola sono tutti rotondi. Sono ottimi coltelli; 
hanno un solo difetto: non tagliano. 

Luisa, fiutando un viaggiatore distinto (ha 
fiuto, quella ragazza!) si riprese il coltello rotondo 
che gli aveva dato la prima volta e lo sostituì con 
quello che avete in mano, che taglia. Questo è 
l’unico con il manico piatto in argento. Oh! Non 
ci si può sbagliare e Luisa è ben sicura di quello 
che dice. 

— Sempre più prezioso, Panfilo. Parola mia! 
Voi siete la perla dei giudici istruttori e io sono 
solo un bambino al vostro fianco. 

Panfilo chinò il suo testone rubicondo, sorri- 


dente e confuso. 


162 


— Ora, chiese, volete salire? 

— Mi piacerebbe, disse Marcillac, anche se 
ora... 

Non c'era nulla da fare, in effetti, nella numero 
3.I mobili erano tutti in disordine, il letto vuoto, 
i materassi sparsi in mezzo alla stanza. 

— Andiamo avanti, disse. Questa è fatta. E 
altra stanza? 

— Quella dell’imputato? 

— Sì. 

— Non l'abbiamo ancora toccata. 

— Bene, disse il giudice istruttore. 

Panfilo gli aprì la porta della numero 5. 

Il giudice si guardò intorno con curiosità. 

La stanza era nello stato in cui Giuliano l'aveva 
lasciata. 

A destra, il letto con la coperta tirata 
all'indietro, come se si fosse appena alzato; a ogni 
lato del letto, una sedia; a sinistra, una specie di 


divano d’altri tempi, e accanto un tavolino con il 


163 


piano in mogano; infine, degli appendiabiti gialli 
vicino alla porta. 

Tutto l’ambiente era freddo e triste. Non c’era 
nulla sulle piastrelle, nulla sui mobili, nulla sulle 
pareti; se non fosse stato per il letto disfatto, diffi- 
cilmente si sarebbe potuto sospettare che qual- 
cuno fosse stato lì. 

— Non cè un armadio in questa stanza? 
Chiese Marcillac. 

— No. 

— Nemmeno un cassetto su questo tavolo? 

— Nessun cassetto. 

Dopo aver cercato in tutti e quattro gli angoli 
senza successo, il marito di Elena si gettò sul 
divano. 

— Non sono certo fortunato come voi, Pan- 
filo: non riesco a trovare nulla. 

Ai suoi piedi c'erano impronte confuse. Le 
guardò per un attimo, poi si buttò all’indietro, ri- 
volto verso la luce. Tra la finestra e lui si trovava il 


tavolino di mogano che la luce aveva colpito. Era 


164 


inclinato rispetto alla sua visuale, il che rendeva 
ancora più evidente lo spesso strato di polvere che 
lo ricopriva. 

— Vedo che non spolveri tutti i giorni, disse ri- 
volgendosi a Panfilo. 

Panfilo, che aveva il tovagliolo in mano, finse 
di passarlo sul tavolo. 

— Ah, signore, disse, quando una stanza non è 
occupata da molto tempo... 

Marcillac lo fermò. 

— Aspettate un attimo! 

Si era alzato e stava osservando attentamente la 
parte superiore del mobile. 

Lo strato di polvere era stato tolto e graffiato in 
più punti; ma ciò che più lo colpì fu la traccia di 
dita sottili che si erano posate sul bordo. 

— Una mano di donna! pensò Marcillac; 
questo Guerin difficilmente sosterrà di non aver 
ricevuto nessuno qui. 

Si chinò sul tavolo con un interesse che au- 


mentava ad ogni istante. In mezzo a vaghe tracce 


165 


ce n'era una semicircolare, come se un cappello da 
donna fosse stato appoggiato sul tavolo. Vicino ad 
esso si vedeva distintamente la traccia di una balza 
di nastri. Il giudice istruttore stava ancora esi- 
tando, quando un dettaglio fu sufficiente a dissi- 
pare tutti i suoi dubbi. 

In un punto in cui era stato posato un mer- 
letto, la stoffa esposta, sottoposta a una certa pres- 
sione, si era impressa sulla superficie del mobile 
con assoluta chiarezza. 

Marcillac divenne pensieroso. 

— La donna che è venuta qui, disse a sé stesso, 
senza staccare gli occhi dal tavolo, si è certamente 
tolta il velo e il cappello. Così è rimasta qui per un 
po’ di tempo e non è arrivata al momento del de- 
litto. Non può essere una complice subalterna. 
Questa donna è l'amica di quest'uomo, forse la 
sua amante. Bene! Grazie a lei, ce lho in pugno. 

Si guardò di nuovo intorno. 

— I mobili sono lì al solito posto? Chiese a 


Panfilo, indicando le due sedie accanto al letto; 


166 


non sembrano essere state spostate dalla persona 
che si trovava in questa stanza. 

— Non credo che lo siano state, dice Panfilo. 

— Esatto, pensò Marcillac, guardando le 
vaghe tracce ai piedi del divano, erano seduti lì, 
tutti e due, uno accanto all’altro. 

— AR! Panfilo, continuò a voce alta, sono con- 
tento della mia mattinata. L'accusato può negare 
a suo piacimento di avere ricevuto qui una 
donna: ora ne sono certo. 

Fece un passo indietro, poi, voltandosi verso 
Panfilo: 

— Ora siete libero di spolverare. 

Panfilo si inchinò con un sorriso e uscì per ac- 
compagnare il suo visitatore al piano di sotto. 

Sulla porta trovarono la moglie di Panfilo che 
chiacchierava animosamente con il postino. 
Questi, con lo zelo di un portalettere che vuole 
svuotare la sua cassetta, era deciso a farle accettare 
una lettera che lei con ostinazione si rifiutava di 


prendere. 


167 


— Le dico, ripeté per la decima volta, che qui 
non abbiamo nessuno con questo nome. 

Quando vide il marito, riprese la lettera che 
aveva appena messo nella cassetta del postino e, 
porgendola a Panfilo, disse: 

— Vediamo, conosce qualcuno qui con questo 
nome? 

— No, nessuno, disse Panfilo, scandendo 
lindirizzo a mezza voce. 

Marcillac si chinò con disinvoltura sulla sua 
spalla per leggere. 

Fu colto da un brivido indicibile. 

— Lui, balbettò, lui, vivo! 

La lettera che era nelle mani di Panfilo passò 
improvvisamente nelle sue. La divorò con gli 
occhi, ansimanti, feroci; e lo sconvolgimento dei 
suoi lineamenti fu tale da far impallidire i tre pre- 
senti che si guardavano l’un l’altro. 

Era perché sulla busta Marcillac aveva appena 


letto queste parole: 


168 


Signor Giuliano Grandier, 
al 
Locanda del Cappello Rosso. 


169 


X 


Lui vivo! Questo pensiero colpì Marcillac in 
pieno petto. 

Non appena lesse questi due nomi insieme: 
“Giuliano Grandier”, vide sorgere davanti a sé 
l'ombra del suo sconosciuto rivale. Il suo odio 
non vacillò un solo istante. Non disse a sé stesso: 
«È proprio quel Grandier? Non è forse un 
altro?!” No, disse subito a sé stesso: “È lui!”. 

Perdio! Non era così semplice che sua moglie 
gli avesse mentito! Non stava forse salvando colui 
che lei amava! Tra il vendicatore e il cattivo si era 
aperto un abisso: la morte; e, al riparo da questa 
presunta morte, senza paura dava libero sfogo alle 
relazioni passate. E lui, stupido, si era lasciato 
prendere da questo richiamo infantile! Oh rabbia! 
Oh dolore! Oh vergogna! 

Rimase lì, in preda a un folle torpore, a guar- 


dare ancora quella lettera sciagurata; poi pensò 


170 


all'improvviso che doveva riflettere. Gli tornò la 
ragione. 

— Andiamo, disse a sé stesso, sono pazzo! 

Pochi secondi gli bastarono per restituire ai 
muscoli del viso la serenità che avevano perso per 
una scossa troppo brusca. Fu quasi freddamente 
che, rivolgendosi a Panfilo, gli chiese: 

— Quindi non conoscete affatto questo Giu- 
liano Grandier? 

Sebbene avesse il controllo di sé stesso, a quel 
nome la sua voce tremò suo malgrado. 

— Assolutamente, esclamarono insieme i co- 
niugi Panfilo. 

— È strano, disse Marcillac. 

Panfilo prese un registro dal retro del suo 
bancone. 

— AI momento abbiamo solo due viaggiatori: 
il signor Leverd, il falegname di Saint-Marcellin, e 
un compagno di viaggio, il signor... Britsch. 


Mentre pronunciava queste parole, Panfilo 


171 


aveva aperto il registro. Marcillac lo prese dalle sue 
mani e sfogliò in fretta le pagine. 

— Non vedo il nome di Giuseppe Guérin. 

— No, non cè, disse Panfilo, imbarazzato; il si- 
gnore mi scuserà, avevamo così tanto da fare quel 
giorno! Non sapevamo dove sbattere la testa. 
Non ho pensato di chiedere al viaggiatore il suo 
nome. 

Marcillac fece un gesto di impazienza. 

— Dovreste rispettare in modo più preciso il 
regolamento di polizia. Vi metterete nei guai, si- 
gnor Panfilo. 

L'albergatore si confuse con spiegazioni e 
scuse. 

— Chi può dirmi ora, continuò Marcillac, che 
un viaggiatore di nome Giuliano Grandier non si 
sia davvero fermato qui? 

— Oh, il giudice istruttore può stare tran- 
quillo. La persona arrestata è l’unica a cui ab- 


biamo trascurato di presentare il registro. È una 


172 


dimenticanza straordinaria, perché sapete quanto 
sia ben tenuta la mia locanda! 

Marcillac pose il registro su un tavolo per dare 
un’altra occhiata alla lettera che teneva in mano. 
Improvvisamente rabbrividìi. Una strana idea lo 
aveva appena colpito. Giuliano Grandier, Giu- 
seppe Guérin, avevano la stessa iniziale... se fosse 
anche lo stesso uomo! 

Chi poteva provare, in effetti, che la persona 
arrestata si chiamasse davvero Guérin? Non aveva 
documenti. Quelli che poteva avere con sé, tutto 
lasciava pensare che li avesse bruciati. Cosa 
sospetta. 

Come facevamo a sapere che si chiamava 
Guerin? Solo dalla sua dichiarazione. Ma la mag- 
gior parte degli accusati, nello stesso caso, non 
cerca di nascondere la propria identità dando alla 
polizia un nome falso? 

Un uomo maldestro dà il primo nome che ca- 
pita; un uomo intelligente pensa che si possa con- 


sultare la marca dei suoi vestiti. 


173 


— Conserverò questa lettera, disse Marcillac, 
un po’ turbato. 

Uscì, andando dritto per la sua strada e, 
mentre camminava, disse a sé stesso: 

— Sì, so di non avere qui, sotto questa busta, 
più di quanto vorrei sapere! 

Poi il nome di Giuliano Grandier gli risuonò 
all'orecchio come una sinistra campana. E si 
chiese: 

— Se Giuliano Grandier e Giuseppe Guérin 
sono la stessa persona, quale può essere stato il 
motivo di questo travestimento? La colpa 
dell'imputato prima... e poi di nuovo? Si fermò. 
Per una strana connessione e con questa vertigi- 
nosa rapidità di pensiero, due immagini si presen- 
tarono subito alla sua mente. 

Nella prima, si vide varcare la soglia della pic- 
cola stanza bassa del Cappello Rosso. In piedi da- 
vanti a lui, l’accusato, interrogato da Voitrin, 
sembrò esitare per un momento a dire il suo 


nome; e, quando balbettò quello di Guerin, Voi- 


174 


trin disse (gli sembrava di poterlo ancora sentire): 
“Ne siete davvero sicuro?”. 

Nella seconda, immaginò l’interno della stanza 
d'albergo che aveva visitato poco prima. Sul di- 
vano vedeva vagamente l’imputato e accanto a lui, 
fianco a fianco, una donna... oh terrore... una 
donna che aveva paura di guardare in faccia! 

Marcillac impallidi. La gelosia, orribile 
spettro!, si era di nuovo attaccata a quell'uomo. 
Invano la respingeva, invano cercò di liberarsi dal 
suo folle abbraccio, lei era come avvinta a lui, e il 
suo dito gli mostrava le immagini più atroci e la 
sua bocca beffarda gli sussurrava mille angosce 
all'orecchio. 

— No, gridò, no, non è possibile! E 
quand’anche Giuseppe Guérin fosse Giuliano 
Grandier, cè un solo Grandier al mondo? No, 
non può essere quello! 

E allora la gelosia gli direbbe: 

— Che bisogno aveva quest'uomo di un com- 


plice? Non poteva sparire con i soldi? Ma no, la 


175 


donna è venuta in albergo solo per lui; e lui po- 
trebbe essere venuto a V. solo per lei! Ah, tu 
cerchi questa donna lontana... se guardassi ac- 
canto a te! 

— Ma tutto lo accusa, pensò ancora. 

E la gelosia a sua volta: 

3} soprattutto il suo silenzio che lo accusa. E 
perché tace? 

— Per non denunciare sé stesso. 

— Dillo, insomma: per non tradirla! 

Marcillac aveva preso la strada della prigione. 
Sul punto di sollevare il battente, si fermò per ri- 
trovare la calma. Un attimo dopo, quando la 
porta fu aperta, il suo volto non tradì nulla dei 
pensieri segreti che lo agitavano. 

— La prego di far condurre da me l’imputato 
Giuseppe Gutrin, disse al direttore della prigione. 

Entrò nell’ufficio, una piccola stanza spoglia, 
pavimentata in mattoni, con un soffitto a volta e 
le pareti imbiancate a calce; in un angolo, un ta- 


volo di legno nero sormontato da una cassa conte- 


176 


nente grandi registri e alcune scatole verdi. Prese 
una delle sedie di paglia che stavano addossate alla 
parete e si mise a sedere. La mano che appoggiava 
al tavolo era come agitata da un leggero tremore. 

Quando si aprì la porta di fronte a quella da 
cui era entrato, si irrigidì un po”. Era apparso Giu- 
liano. A un cenno di Marcillac, il suo accompa- 
gnatore lo fece accomodare poi se ne andò. 

I due uomini, rimasti soli, faccia a faccia, si 
guardarono. Giuliano per primo ruppe il silenzio. 

— Avete chiesto di me? 

— Sì, disse il giudice istruttore, andando dritto 
al punto, ho qualcosa da consegnarvi. 

Si frugò in tasca e tirò fuori una lettera che 
porse al giovane. 

Quest'ultimo, senza prendere il foglio, diede 
un'occhiata all'indirizzo; poi, con un tono di per- 
fetta tranquillità: 

— Perdonatemi, vi sbagliate, questa lettera 
non è per me. 


Marcillac si morse il labbro. 


177 


— Allora, continuò, non ho bisogno di chie- 
derle il permesso di aprirla. 

E subito ruppe il sigillo. 

Giuliano era un po’ preoccupato, perché aveva 
riconosciuto la calligrafia di Clarissa, ma non 
batté ciglio. 

Il contenuto della lettera era il seguente: 

«Amico mio, 

» Cosa ci fate a V.? Siamo preoccupati. Tor- 
nate presto. È necessario per lei e per voi 

» CL. ». 

Marcillac lesse attentamente queste righe con 
gli occhi. Alle ultime parole si fermò. “Per lei!” 
Chi poteva essere? Stava per accartocciare il fo- 
glio, ma si trattenne e lo piegò lentamente: 

— In effetti, disse, non è a voi che questa let- 
tera è indirizzata. Parla di visite ad amici. 

Giuliano non riuscì a trattenere un respiro di 
sollievo. 


— Ora, aggiunse Marcillac, che lo osservava 


178 


con gli occhi, non mi risulta che lei abbia amici 
qui... Almeno questo avete dichiarato. 

Il prigioniero tacque. 

— Ah, disse fra sé Marcillac, dovrai parlare 
prima o poi. 

Si rigirò quindi con noncuranza sulla sedia e, 
battendo le unghie sulla lettera chiusa, disse: 

— Vedo che vi ostinate nel vostro silenzio. 
Così sia. Non vi chiederemo di chiacchierare, se le 
chiacchiere non vi piacciono. Grazie a Dio, le 
spiegazioni che ci rifiutate le avremo presto da 
una buona fonte. 

Giuliano alzò la testa. 

— Sì, sostenne Marcillac, dal vostro complice. 

— Quale complice? 

— La donna che ha trascorso con voi la sera 
dell’11. 

— Una donna, gridò Giuliano, è falso! 

Mentre pronunciava queste parole si era al- 
zato, ardente, imperioso, e una contrazione agi- 


tava le labbra, diventate bianche. 


179 


— Come la ama! Pensò il giudice, per il quale 
questa energica smentita era più che una 
confessione. 

E, con un pallore livido, ma restando calmo 
sulla sedia, continuò: 

— Perché negare? Abbiamo la certezza del suo 
passaggio in albergo. L’abbiamo vista. Le sue 
tracce, che le prove palpabili ci permettono di se- 
guire, sono ora note. Ancora poche ore, forse un 
attimo, e sarà nelle nostre mani. 

— Errore! Errore! ripeté Giuliano. Metterete le 
mani su un’innocente. 

Poi Giuliano vide Elena barcollare davanti a sé, 
Elena scoperta, disonorata, perduta, perduta per 
colpa sua. Il sangue gli salì al cervello a questo 
pensiero. 

Marcillac agitò la testa con aria dubbiosa: 

— Qui cè un solo colpevole! esclamò feroce- 
mente Giuliano, c'è un solo colpevole: sono io! 

Era il turno del marito di Elena di alzarsi. 


— AN! disse, confessate? 


180 


— Ebbene, sì! disse Giuliano, confesso tutto. 
Non cercate altrove un complice immaginario. 
Ho fatto il colpo da solo, lo ammetto. 

— Voi siete l’assassino del bell’Antonio? 

— Sì. Ripeto che ho fatto tutto io, io, da solo; 
vi dirò, se volete, come è successo; vi dirò quando, 
perché, come. 

Marcillac lo ascoltava a labbra strette. Andò ad 
aprire una delle porte e chiamò: 

— Michele, mandami il signor Liébaut. 

Poi, voltandosi verso Giuliano: 

— Il cancelliere prenderà immediatamente 
atto della vostra dichiarazione. 

Poi si rimise a sedere, e qualcuno meno tur- 
bato di Giuliano avrebbe potuto scorgere un 
moto di amara gioia nei tratti severi del suo volto. 

Il cancelliere entrò, con la penna all’orecchio. 
Prese posto davanti al tavolo, estrasse da una car- 
tella grigia un grande foglio bianco in cima al 


quale Giuliano poté leggere queste parole: Corte 


181 


imperiale; poi, dopo alcuni tratti preliminari di 
penna, chiese il nome dell’imputato: 

— Giuseppe Gutrin, disse Giuliano. 

— AA! disse Marcillac, ve lo tenete stretto. 

E seriamente: 

— Ammettete di essere colpevole di aver assas- 
sinato, alla locanda del Cappello Rosso, la sera 
dell’11 ottobre, il signor Antonio Férou, un con- 
tadino di Fresnois? 

= 

— Ammettete anche di essere colpevole di aver 
rubato, nello stesso luogo e nello stesso giorno, il 
contenuto di una borsa trovata vuota dietro uno 
dei muri dell’albergo e che il suddetto Férou por- 
tava con sé? 

— Sì. 

Giuliano si passò la mano sulla fronte dove il 
sudore. 

— Fornite i dettagli delle circostanze che 
hanno accompagnato il delitto. 


— Vi dirò tutto quello che ricordo, disse il gio- 


182 


vane con un sospiro. Ma non prometto di ricor- 
dare tutto. In quel momento, vedete, non rispon- 
devo di me. Sono salito in camera mia alle otto. Lì 
sono rimasto a lungo da solo; prima ho aspettato 
che il viaggiatore salisse; ho aspettato che si addor- 
mentasse. Erano circa le undici quando sono en- 
trato. L’uomo era a letto. Ha alzato la testa; allora 
ho capito che dovevo liberarmi di lui. C'era un 
coltello lì, l'ho preso... 

— Scusate, una cameriera dell'albergo mi ha 
detto che vi ha dato questo coltello a tavola, con il 
coperto. 

— AR! È possibile! Quindi ho tenuto il col- 
tello. Quindi avevo ragione, visto che dovevo 
usarlo. 

— Ha sferrato un solo colpo? 

— Solo uno, e poi sono scappato. 

— Con i soldi? 

— Con i soldi. 

— E che ne avete fatto? 


— Li ho nascosti. 


183 


— AN, disse Marcillac beffardo, dove? 

— Vi mostro il posto. 

Ci fu un attimo di silenzio, dopo il quale il 
giudice istruttore riprese: 

— Avevate già buttato via la borsa? 

— Sì. 

— Qual era il contenuto? 

— Non lo so più; ve l'ho detto, ero fuori di 
me. 

Marcillac lo divorava con gli occhi. 

— Continuate. 

Giuliano proseguì. 

Proseguì follemente, a caso, ma con disperato 
calore, il racconto del suo delitto immaginario. 
Alle domande di Marcillac, quali che fossero, 
aveva sempre una risposta da dare; e il magistrato, 
attento e ansioso, lo ascoltava. 

Strano! Finché quest'uomo era rimasto in si- 
lenzio, il giudice istruttore non aveva dubitato per 
un momento della sua colpevolezza; e ora, al con- 


trario, più quest'uomo parlava € più si autoaccu- 


184 


sava, più il dubbio invadeva la sua mente. Ma non 
lo fermò. 

In diverse occasioni avrebbe potuto mostrargli 
levidente disaccordo di certe affermazioni: tut- 
tavia non fece nulla. Ascoltava, serio, silenzioso, e 
il suo labbro teso a volte abbozzava un sorriso 
amaro. 

Non era forse il suo inafferrabile rivale quello 
che aveva lì, spaventato, davanti agli occhi; questo 
Giuliano così spesso maledetto, così spesso invo- 
cato! Non era forse questo felice rivale che sentiva 
vigliaccamente umiliarsi davanti a lui? Gli piaceva 
pensarlo, almeno. Per sfuggire ai suoi sospetti, 
l'amante di Elena si coprì di vergogna e di igno- 
minia. Quale vendetta più amara avrebbe potuto 
sognare quell’uomo geloso! 

Aveva subito dimenticato tutte le ipotesi che 
in passato lo avevano spinto ad accusare il prigio- 
niero con tanta sicurezza. 

Non si chiedeva ora: “Sarebbe innocente?” Vo- 


leva che lo fosse. Diceva a sé stesso: “Lo è!”. 


185 


Ed era l’austero magistrato, l’uomo della giu- 
stizia e dell'equità a parlare a sé stesso nella sua 
febbre. Sinistri abissi del cuore! 

Una volta terminato l’interrogatorio, Giuliano 
dovette sopportare la lettura del documento fatta 
dal cancelliere con voce nasale, poi lo firmò e poté 
finalmente ritirarsi. 

Marcillac dal canto suo non tardò ad uscire 
dalla cancelleria: aveva bisogno di respirare. L'aria 
esterna calmava felicemente l’irritazione dei suoi 
nervi. Allora si chiedeva se non avesse fatto solo 
un brutto sogno o se, almeno, le idee che gli frul- 
lavano nel cervello non fossero solo il frutto della 
sua immaginazione sovreccitata. 

Confrontò alcuni punti della testimonianza di 
Giuliano con gli indizi che aveva raccolto lui 
stesso e scoprì che coincidevano abbastanza bene. 
Per quanto riguarda i punti che gli sembravano 
ancora oscuri, non c'era nulla di sorprendente. 
Chi è l’accusato che non si contraddice in buona 


fede o tace di proposito? Chi è colui che, passata 


186 


la febbre del delitto, rimane consapevole di tutti i 
suoi atti? 

E così il dubbio, che prima era stato messo da 
parte, a poco a poco si impadronì della sua mente. 

Tornò a casa molto turbato, continuando a 
dirsi: “Ma se è stato lui!” e pensando: “Alla fine lo 
saprò. Mia moglie si tradirà anche lei!”. 

Elena lo accolse sorridendo. 

— Bene, le disse, il caso del Cappello Rosso è 
praticamente chiuso. Il giovane arrestato ha ap- 
pena confessato il suo crimine. 

— AR! disse Elena con semplicità. 

— Ha dato le informazioni più circostan- 
ziate... Credevo che vi interessasse? 

— Sì, disse Elena, quando pensavo che fosse 
innocente; ma, dal momento che... 

Lo disse con noncuranza, quasi con atten- 
zione, mentre giudicava l’effetto dei fiori che stava 
sistemando in un cesto. 

Marcillac si stupì di tanta sicurezza. Pensò: 


— Vedremo più avanti! 


187 


Quanto a Elena, quando il rumore della chiu- 
sura della porta dell’armadio le assicurò che il ma- 
rito non c'era più, gettò via i fiori che aveva ancora 
in mano; poi, incrociando le mani, fissa, con le 
pupille enormemente dilatate, si domandò: 

— Perché ha confessato? Non avrebbe dovuto 
farlo se non fosse stato spinto al limite. Ma gli sarà 
stato detto che stavano rintracciando il suo com- 
plice, che stavano cercando la donna. Allora avrà 
parlato. Sì, non può che essere così. 

Le sue dita intrecciate si torsero in una contra- 
zione suprema, e lei gridò: 

— ARL! miseria! miseria! Giuliano accusato di 
omicidio! Quale atroce destino ci perseguita en- 
trambi! E io ho dimenticato, per pensare solo a 
me stessa, colui che così generosamente si dimo- 
stra devoto... Che spirito vile sono! Ma lo salverò; 
sì, cercherò il colpevole, lo troverò! È impossibile 
che l'oscurità che avvolge questo misterioso de- 
litto non si dissipi alla fine. Giuliano! Giuliano! 


Ti amo! Non voglio che ti condannino! 


188 


XI 


Salvare Giuliano! Come? Pensandoci, Elena ri- 
chiamò alla memoria più volte, uno per uno, tutti 
i dettagli della sera dell’11. 

Ricordava esattamente i rumori che aveva sen- 
tito e di cui Giuliano l'aveva quasi derisa per il 
fatto di preoccuparsi: il cigolio di una porta 
aperta, era evidentemente l’ingresso del colpevole; 
l'urto di un corpo sul pavimento, era la caduta 
della vittima. 

Ora, dove era entrato l’assassino? Stava occu- 
pando una delle stanze della casa? Era semplice- 
mente entrato come lei? 

Un dettaglio la colpì. La finestra aperta, che 
aveva prodotto una corrente d’aria quando lei era 
uscita, e che Giuliano aveva chiuso con la mano. 
Seguendo il corridoio, quando era entrata, non 


aveva notato alcuna finestra alzata. Infatti Giu- 


189 


liano la stava aspettando con la porta socchiusa. 
Non c'era alcuna corrente d’aria. 

Si fece strada nella sua mente l’idea che l’assas- 
sino dovesse essere entrato dalla finestra. Con- 
centrò tutti i suoi ricordi su questo punto. 

Per abbassare la finestra, che era a ghigliottina, 
lo rammentiamo, Giuliano aveva dovuto scuo- 
terla un po’ bruscamente. Perciò era tenuta 
ferma. Non dal cuneo, però, perché sarebbe ba- 
stato uno scatto del braccio per farla cadere. 

Tutto lascia presumere che il colpevole avesse 
dovuto infilare qualcosa nella scanalatura per 
mantenere la finestra in posizione mentre com- 
piva il suo crimine, in modo da non doverla solle- 
vare di nuovo per fuggire. Meno rumore, tempo 
risparmiato: questo era naturalmente il doppio 
vantaggio di una simile manovra. 

Sì, è stato necessario fissare un piccolo oggetto 
nella scanalatura per evitare che il telaio scivolasse. 
Quale oggetto? Un nuovo ricordo colpì Elena. 


Quello del pezzo di giornale, piegato, accartoc- 


190 


ciato, schiacciato, raccolto da Giuliano distratto 
in fondo alla finestra, e che lei aveva ritrovato per 
caso nella tasca del suo vestito. Che ne aveva fatto 
di questo foglio? L'aveva gettato nella cenere. Per 
fortuna era ancora lì. Lo ripiegò di nuovo, come 
era prima, in modo approssimativo. Gli aveva 
dato un morso per ricompattarlo. La forte com- 
pressione di uno dei suoi lati indicava il sostegno 
di un corpo pesante, come quello che avrebbe po- 
tuto essere il telaio di una finestra. Poi lo aprì; e fu 
mentre divorava la scrittura con gli occhi che lesse 


ancora a matita sull’angolo strappato: 


lunedì a tr... 
giovedì dal signur... 


— Questo foglio, pensò, proviene dalla tasca 
dell'assassino; è lui che ha scarabocchiato queste 
parole. Può trattarsi di una persona attenta, che 
tiene un registro dei colpi fatti o da fare? “Giovedì 
dal signur...”. Maledetto il margine strappato! se 


avessi il nome, mi aiuterebbe un po”. 


191 


Le venne l’idea di andare a cercare il pezzo di 
carta mancante. Che follia! 

Dopotutto, il caso permette tante meraviglie! 

Ma andare al Cappello Rosso, varcare ancora 
una volta quella soglia come testimone della sua 
colpa. Oh, no, no, mai! Gli sembrava che, in as- 
senza, le mura l'avrebbero riconosciuta; che al suo 
passaggio le pietre stesse si sarebbero alzate per 
gridare: “Eccola! Eccola, la donna che cercate!”. 

Tuttavia, aveva appena riletto le poche parole 
incomplete scritte sulla carta stropicciata e, con 
impazienza, aveva gettato il foglio lontano da sé, 
quando, guardando casualmente il giornale locale 
posato sul tavolo, si imbatté in una notizia che 
iniziava così: “Lunedì scorso, a Treville...”. 

L’analogia tra queste prime parole e quelle 
scritte a penna sul margine del foglio sgualcito: 
“Lunedì a tr...” la colpì stranamente. 


Lesse con visibile ansia: 


“Lunedì scorso, a Treville, un individuo 
si è introdotto di notte nel giardino 


192 


adiacente del signor G., possidente. 
Stava cercando di forzare una persiana 
per entrare in casa, quando un 
domestico, svegliato dal rumore, ha 
sparato contro di lui. L'uomo ha avuto il 
tempo di scappare, ma, dalle tracce di 
sangue sul muro, riteniamo che sia stato 
ferito piuttosto gravemente”. 


— Che singolare coincidenza! pensò la signora 
Marcillac. Lunedì, a Treville... È impossibile che 
io non sia sulla pista del colpevole. Ma cosa! È 
scappato. Lo troveranno? E se andassi a Treville? 
Non è molto lontano, chiederei in giro, potrei sa- 
pere qualcosa. 

Entrò la sua cameriera. Le chiese: 

— Quanto tempo ci vuole per andare a 
Treville? 

— A piedi, disse la cameriera, ben due ore, e 
un po’ di più per tornare, perché c'è da salire. La 
signora vuole andarci? 


Elena non rispose. 


193 


— Se la signora vuole, posso ordinare una 
carrozza. 

— No, grazie. Lo chiedevo perché qui vedo il 
nome Treville. 

Mentre pronunciava queste parole, indicò con 
noncuranza il giornale. 

— Si parla dell’evento dell’altra sera? chiese cu- 
riosa la cameriera. 

— Ha sentito parlare del tentativo di rapina? 

— Sì, signora, a casa di un cittadino del posto. 
La comare Pinson ci ha raccontato tutta la storia 
questa mattina. Sapete, la comare Pinson, che ci 
ha portato il burro e le uova? È di Treville. Ah! Si- 
gnora, pensate se ha fatto rumore in paese! Quasi 
quanto l'omicidio del Cappello Rosso qui! Se non 
è stato ucciso nessuno, ci mancava poco. Sembra 
che il ladro sia in uno stato... 

— Il ladro, disse rapidamente la signora Mar- 
cillac, dunque è stato individuato? 

— Ma non cè dubbio. È stato catturato ieri. 


Non l’ha detto il giornale? Era riuscito a nascon- 


194 


dersi per due giorni e poi si è consegnato. Le ferite 
gli facevano male. Pensate dunque, signora, una 
scarica di pallettoni in testa! Lo hanno raccolto 
che gemeva sulla strada. La comare Pinson ha vo- 
luto vederlo. Non era un tipo molto raccomanda- 
bile, vero? Beh, nonostante questo, disse che fa- 
ceva pena a vederlo. È stato trasportato 
all'ospedale. 

— Qui, allora? 

— Sì, signora, qui. 

Elena lasciò che la cameriera esprimesse per un 
attimo le sue lamentele sulle miserie della giornata 
e sulla mancanza di sicurezza del posto; poi, 
quando quella ragazza l’ebbe lasciata, andò rapi- 
damente al suo guardaroba, si vestì in fretta e 
furia e uscì. Le era venuta l’idea di andare all’ospe- 
dale a trovare quell’uomo. 

Non sapeva come si venisse ammessi all’ospe- 
dale. Chiese della superiora e le disse: 


— Signora, credo che ieri abbiate ricevuto un 


195 


uomo che era stato colpito da una pallottola... a 
Tréville? 

— Sì, signora, ieri sera. Un uomo che stavamo 
cercando già da diversi giorni. 

— È vero, signora. Posso vederlo? 

— Il signor Marcillac è già venuto a interro- 
garlo. Vi presentate a suo nome? 

— AR! disse Elena, un po’ turbata, mi cono- 
scete, signora? 

Si riprese e disse con emozione: 

— Sorella... 

La suora, stupita, la guardò. 

— Ebbene, continuò Elena, per oggi dimenti- 
cate il mio nome. Non è la signora Marcillac, è 
una sconosciuta che è venuta per chiedervi il fa- 
vore di essere presentata a uno dei vostri pazienti. 

— AR! disse la suora infastidita, mi dispiace 
davvero che si tratti di questo. 

— Si trova in isolamento? 

— Non mi hanno detto nulla, ma il 


pover’uomo è allo stremo delle forze. Il medico ha 


196 


raccomandato a Marcillac di non farlo quasi 
parlare. 

— È così grave?, disse Elena spaventata. 

— Sì, e non so se è il caso di prendersela con 
me... È un atto di umanità non lasciarlo 
avvicinare. 

Elena gli prese febbrilmente la mano. 

— Sorella, se solo sapeste che atto di umanità 
sarebbe lasciarlo parlare, se potessi dirvi... 

Si nascose il viso tra le mani; poi, liberandosi 
improvvisamente: 

— Ah, sorella, devo vederlo! 

La suora pensò un attimo, poi chiamò: 

— Accompagnerete voi la signora (disse alla re- 
ligiosa che si presentò) dal ferito di ieri sera, sa- 
pete, l’uomo di Treville. 

La suora chinò il capo; la signora Marcillac 
inviò alla direttrice un caloroso segno di 
ringraziamento. 

Fu condotta in una grande stanza fino a un 


letto con le tende chiuse. La suora le disse: 


197 


35h questo. 

Elena sollevò una delle tende con la mano 
guantata. Si sentì un gemito in fondo al letto e la 
persona sdraiata girò la testa come per chiedere: 
“Cosa c'è ancora?”. 

Questo movimento gli fece provare un certo 
dolore, come la signora Marcillac poté giudicare 
dalla contrazione dei suoi lineamenti. Rimase im- 
mobile, mezzo sollevato, piegando la testa bruna 
sul petto, tutto avvolto nelle bende. 

La signora Marcillac, reprimendo un moto di 
repulsione, fissò la tenda alla testa del letto e, chi- 
nandosi verso il ferito, chiese: 

— Soffre? 

— Ebbene, disse l’uomo con voce spenta, e 
poi? 

Non fu un inizio felice. Lei continuò 
coraggiosamente: 

— Non possiamo fare nulla per lei? 

— Sì, mormorò, lasciatemi morire in pace. 


Ci fu un attimo di silenzio. 


198 


— Per parlare di morte senza ulteriori disturbi, 
disse amaramente la giovane donna, non lasciate 
nessuno dopo di voi che vi ami, nessuno che vi 
costi lasciare? Non avete moglie né figli? 

— Nessuno, disse laconicamente il ferito. 

— Pover’uomo! sospirò Elena. 

Il moribondo sollevò la testa e la guardò negli 
occhi. 

— Sembrate una brava donna, disse. A Elena 
tornò il coraggio. Si avvicinò. 

— Siete voi il colpevole... 

— Non dirò di no; ho confessato. 

— Avete confessato, disse Elena, tremando. 

Poi, tremando un po”: 

— Tutto, disse l’uomo. 

— Quindi anche il caso del Cappello Rosso? 

— Quale Cappello Rosso? 

Elena fece un movimento di disappunto. Ma 
continuò: 


— Ma sì, vi ricordate, vero? l'albergo di via 


199 


delle Tre Corone, la stanza al primo piano dove 
dormiva il bell’Antonio. 

Il moribondo la fissò. 

— Ah, vi vedo arrivare, disse, volete farmi dire 
delle sciocchezze. Vi dite: “Ha perso la testa, vuo- 
terà il sacco, farà i nomi”. Eh no, non è così! 

Elena sostenne il suo sguardo, stringendo la 
mano dietro una delle pieghe del vestito. 

— Per me, continuò l’altro, non fa differenza... 
dove mi trovo! Ma tradire gli amici non va bene! 

— Chi ha parlato di tradire gli amici? disse 
energicamente Elena. 

Le venne in mente un pensiero e aggiunse: 

— Se, al contrario, fosse per salvarne uno? 

— Un amico? 

— Sì, un amico. Immaginate che sia creduto 
colpevole di un crimine che non ha commesso, 
che tutto lo accusi e che tutto sia falso. Domani, 
forse, questo innocente sarà condannato; e al cri- 
minale basterebbe parlare per restituire a questo 


sventurato la vita e la libertà. Basterebbe che di- 


200 


cesse: “Il colpevole sono io!” Ma cosa significhe- 
rebbe questa confessione per lui, convinto com'è 
che i suoi giorni sono finiti? 

— È a me che sono rivolte queste parole? disse 
il moribondo, sollevandosi un po”. 

La signora Marcillac fece un cenno di assenso 
con la testa. 

— Beh, non sono così malvagio come sembra. 
Di che si tratta? 

— Di un assassinio, lo sapete bene. 

Si passò una mano sulla fronte, poi divenne 
improvvisamente livido e si accasciò sul letto. Il 
suo respiro era affannoso. Guardò la signora Mar- 
cillac con espressione da ebete. 

La suora, che era rimasta a distanza, si fece su- 
bito avanti. 

— Signora, è una delle sue crisi che gli ri- 
prende, dovremmo lasciarlo stare. 

— Ancora una parola, per favore. 


— Il medico si è tanto raccomandato... 


201 


La signora Marcillac si chinò di nuovo sul mo- 
ribondo e, con un accento pieno di supplica: 

— Cercate, cercate bene... Un giovane assassi- 
nato..., nella notte..., da un coltello..., otto giorni 
fa. 

Un tremito generale si era impadronito del 
paziente. 

— Lasciatemi andare, brontolò, lasciatemi 
andare. 

— Oh, signora, se ne vada, disse la sorella, tor- 
nerà domani piuttosto. Non deve stancarlo. 

— Bene, tornerò, disse Elena tristemente. 

Il giorno dopo, non senza qualche speranza, si 
presentò di nuovo alla porta dell’ospedale. 
Quell'uomo, pur nella sua stessa brutalità, all'idea 
di tradire i suoi amici aveva mostrato una indigna- 
zione che gli dettava il cuore. Si era quasi com- 
mosso al pensiero che un altro potesse essere con- 
dannato a causa sua. In un momento di calma 
avrebbe senza dubbio confessato. 


La prima persona che la signora Marcillac 


202 


vide, entrando nell’ospedale, fu la suora che il 
giorno prima l’aveva condotta dal moribondo. 

— Posso rivederlo? 

— Ahimè! disse la suora, l’infelice non deve 
più render conto se non a Dio. È morto durante 


la notte. 


203 


XII 


Elena ricevette questa notizia con vera coster- 
nazione. Tornò a casa prostrata, senza coraggio, 
con il corpo e la mente esausti. La sua ultima spe- 
ranza era svanita. La morte aveva appena cancel- 
lato l’unica prova che, forse, poteva ancora testi- 
moniare l’innocenza di Giuliano. 

Dove cercare un’altra prova ormai? Che fare 
adesso? Che fare? Si chiese, e la sua ragione scon- 
volta rispose: «Niente!» 

Per un attimo, fu dominata dalla disperazione, 
non quella disperazione rumorosa e fugace che si 
riversa in lamenti e lacrime, ma quell’oppressione 
sorda, quella febbre lenta e spietata che non co- 
nosce tregua. 

I suoi pensieri divennero allora come quei fili 
di paglia che il vento solleva e fa turbinare in un 


cerchio incessante. C'era una specie di vortice ver- 


204 


tiginoso nella sua mente dove passavano e ripassa- 
vano senza sosta le stesse immagini. 

A volte era suo marito minaccioso, a volte Giu- 
liano, coperto di vergogna, Giuliano, il suo amico 
devoto, il confidente delle sue prime emozioni! 
Nella sua lunga insonnia lo vedeva, a tratti, con 
una camicia di forza rossa intorno alle spalle, o 
con il collo rigato da un filo di sangue. 

— Ebbene, si disse alla fine, lasciatelo morire! 
lo stesso giorno, voglio morire anch'io! 

Un languore invincibile si impadronì di Elena. 
Non si sentiva più vivere. Nulla la soddisfaceva, 
nulla di ciò che fino ad allora le aveva donato pia- 
cere; era disgustata da ciò che aveva amato di più. 
I suoi lineamenti, silenziosi rivelatori dello scon- 
volgimento interiore, tradirono presto la sua sof- 
ferenza. Quanto spesso, incontrandosi faccia a 
faccia con sé stessa nel riflesso di uno specchio, 
non tremava al pensiero che l'alterazione del suo 
volto non facesse sospettare a suo marito il disor- 


dine della sua mente! 


205 


Una mattina, mentre andava avanti e indietro 
nella sua stanza, più oziosa che mai, più triste che 
mai, dopo un leggero bussare alla porta, la came- 
riera entrando le disse: 

— Floquart, il giardiniere, chiede di parlare 
alla signora. 

— Che vuole? disse annoiata. 

Sembrava temere che la cameriera potesse con- 
siderare riferita a sé questa domanda, che invece 
rivolgeva a sé stessa, così aggiunse bruscamente: 

— Fatelo salire. 

Nel breve attimo in cui restò sola, il cuore le si 
strinse in petto. 

Da lunga data disprezzava l'individuo di fronte 
al quale stava per trovarsi; e, negli ultimi tempi, 
questo disprezzo era aumentato anche a causa del 
maggiore rispetto che gli doveva. Ma Floquart 
aveva il suo segreto. Ora, Floquart era un uomo 
che approfittava della sua situazione; lei lo aveva 
percepito fin dal primo giorno, nelle parole ingiu- 


riose che lui le aveva rivolto in risposta ai suoi rin- 


206 


graziamenti: «Dì, piccola mia, non dovrai fare più 
la smorfiosetta adesso!» Più di una volta, ricor- 
dando queste parole, aveva sentito il rossore salire 
sul suo viso. Da allora, nei loro incontri casuali, 
Floquart le aveva lanciato strane occhiate. 

O vergogna! Si rivoltava al pensiero di poter 
avere a che fare con quell’uomo! Così lo ricevette 
a testa alta. 

Floquart entrò con il cappello in mano. 

— Signora..., disse umilmente. 

Elena aspettò, prima di dire una parola, che i 
passi della cameriera si perdessero per le scale. 

— Avete qualcosa da chiedermi? 

— Mio Dio, disse Floquart sorridendo, sono 
venuto semplicemente come amico. 

Elena trasalì. 

— Sembrate turbata (continuò Floquart, che 
il vino del mattino sembrava avere rallegrato); 
perché non accogliete di buon grado chi vi rende 
un favore? Vi sarebbe dispiaciuto se vostro marito 


avesse saputo a chi avevo inviato il biglietto del Pa- 


207 


rigino, naturalmente; ebbene, non ho detto nulla. 
Eccomi qui, senza rancore... Non è che non mi 
abbiate trattato male, a volte. Ma non posso biasi- 
mare le donne... 

Mosse un passo verso Elena e, guardandola 
dall'alto in basso mentre si accostava al tavolo, 
disse: 

— Soprattutto quando sono carine... 

— Avete bevuto, stamattina, disse Elena, 
respingendolo. 

— Forse, ribatté Floquart, solo per non pen- 
sare. La vita è così triste che bisogna rallegrarla un 
po’. Un bicchiere da bere, una spalla da baciare, 
fanno dimenticare parecchie miserie. Sono un po- 
vero diavolo a cui manca tutto. Non ho famiglia, 
nessuno mi ama, nemmeno voi; è un peccato! 

Elena alzò la testa, disgustata. 

— Che razza di linguaggio state usando? 

Floquart non sembrò commuoversi. 

— Signora, si fa come si può, non è vero? Non 


conosco le buone maniere, non sono Un Moscar- 


208 


dino...? come l’altro; ma mi piacciono gli occhi 
dolci e le mani bianche... 

— Uscite! gridò la giovane, indicandogli la 
porta. 

— Bah, disse Floquart senza muoversi. 

— Vi proibisco di restare qui un momento di 
più! continuò Elena con virile energia. 

— Chi mi fermerà? disse Floquart con voce 
sorda. Vostro marito? L’ho visto uscire prima che 
io entrassi. Una delle donne di casa? Chiamatele, 
così potrò raccontare loro ad alta voce le storie cu- 
riose della loro padrona... 

— Beh, non avete intenzione di chiamare? Po- 
trebbe divertirli, però. 

La signora Marcillac si nascose la testa tra le 
mani. All’improvviso si liberò ed esclamò: 

— Che miserabile siete! 

— OH! disse Floquart, brutte parole! 

— Ma che volete come prezzo per il vostro si- 
lenzio? Volete oro, gioielli? Parlate! 


— No, all’inizio immaginavo qualcosa di me- 


209 


glio. Sognavo di stringere tra queste grandi mani 
la piccola donna che mi guardava sempre dalla sua 
altezza, quando ero piccolo, vicino a lei. Lei mi 
umiliava. Va bene, siamo soli; faremo a turno! 

Elena ebbe un moto di superba indignazione. 
Gli occhi le lampeggiarono all'improvviso e, mo- 
strando a Floquart le mani tese, disse: 

— Fai una mossa, ti sfregio il viso! 

Floquart si fermò come stordito al suono di 
quella voce altera e vibrante. 

La giovane donna era immobile, ansimante, 
con il volto pallido, mentre l'emozione faceva bat- 
tere le fragili ali delle sue narici. 

Senza dubbio lo shock fu troppo forte per lei, 
perché gli occhi le si chiusero improvvisamente. 
Sentiva che stava per svenire. Poi, in uno slancio 
supremo, afferrò la maniglia della finestra dietro 
di sé e la spalancò. 

L'aria le sfiorò delicatamente il viso. 

Appoggiata all'angolo della finestra, con la 


mano sulla ringhiera, si sentì tornare gradual- 


210 


mente alla vita. Fu con indicibile soddisfazione 
che vide, dall’altro lato della strada, finestre aperte 
con persone che andavano e venivano nei loro ap- 
partamenti e altre che guardavano fuori. Quando 
si voltò, dopo qualche istante, Floquart era seduto 
tranquillamente in un angolo. 

— Siete ancora qui? 

— Sì, sto pensando. Prima la signora ha par- 
lato di soldi. 

Elena fece un movimento sprezzante. 

— Che cosa vuoi? Non tutti nascono con la 
camicia. Oziare senza far nulla, sorseggiare dolce- 
mente dalla mattina alla sera, che bello! Ma senza 
soldi, senza grana! Oh, il denaro, una cosa bellis- 
sima! Me ne dareste tanti? L’accento con cui lo 
disse spaventò la signora Marcillac. 

— Quanto vi serve? chiese. 

— Vediamo, sei biglietti da mille, basteranno? 

— Dove volete che prenda tutto questo 
denaro? 


— Bah! disse Floquart con filosofia, si può 


211 


sempre trovare. Andiamo, si dice così, mia bella 
signora? State esitando? Vi sbagliate. Non lascia- 
temi il tempo di riflettere, potrei considerare che 
non è ripagato. 

— Sarà tutto, almeno? 

— Un accordo completo. Può stare tranquilla. 
Per prima cosa, la mia faccia non vi sarà più 
d’intralcio per molto tempo. 

— AR! una sorpresa, disse Elena. 

— Mi annoio qui, disse Floquart, guardandosi 
le scarpe. 

— Pensavo al contrario... 

— Sì, ho detto spesso che sono legato al paese. 
Ho spesso rifiutato di lavorare altrove. Sono idee 
che uno si fa così. Un giorno, allo stesso modo sei 
felice di andartene. 

— Andrà lontano? 

— Nonlo so esattamente. 

— Non avete in vista nessun lavoro? 

— No... non ancora. 


Tante domande non sembravano assoluta- 


212 


mente piacere a Floquart; così, per tagliar corto, 
aggiunse bruscamente: 

— Quindi siamo d'accordo sul prezzo. Ab- 
biamo un piccolo saldo di una dozzina di franchi. 
Ma non discuterò per così poco. Faremo seimila 
franchi netti. 

— Sta bene; ma non posso darle quei soldi 
adesso, non li ho qui. Devo avere il tempo di 
procurarmeli. 

— AR! esclamò Floquart, capisco benissimo 
che uno non ha seimila franchi con sé; tornerò 
questa sera, se volete, o domani. 

— Oh, domani! disse Elena, spaventata da un 
preavviso così breve. 

— Solo che, signora, deve capire che ho bi- 
sogno di una prova di pagamento. Un giorno uno 
è generoso, il giorno dopo ci si pente. Non è che 
mi manchi la fiducia, ma gli affari sono affari. Do- 
mani potreste non essere in grado di farlo; io me 
ne vado: un amico verrebbe a reclamare il denaro 


al mio posto. Bisogna avere una garanzia. 


213 


— Che volete? 

— Solo un pezzo di carta. 

Andò al tavolo, cercò un foglio bianco, si mise 
a sedere, prese una penna d'oca, la intinse 
nell’inchiostro e scrisse: 

«Pagherò al signur Gianni Floquart...» . 

Elena, che leggeva alle spalle di Floquart, rab- 
brividi dal terrore. Gli occhi le si annebbiarono, 
non vide altro che una parola, una sola, tracciata 
davanti a lei con lettere di fuoco: «Signur!» 

Signore con la 4. Che rivelazione inaspettata! 
Era proprio la grafia della parola scarabocchiata 
sul margine strappato del giornale raccolto ai 
piedi della finestra la sera dell’11, quella singolare 
grafia che l'aveva tanto colpita! E non solo Elena 
trovò qui l’errore, ma, guidata proprio da questo 
errore, trovò la scrittura. 

Improvvisamente le balenò una luce inaspet- 
tata. Prima ancora di riflettere, pensò: “Il colpe- 
vole è Floquart!”. 


Poi radunò subito insieme varie circostanze 


214 


che avvaloravano questa idea: la premura che il di- 
sgraziato aveva messo nel depistare Marcillac 
prima che lei potesse trovare un accordo con lui; il 
suo gusto per l’ozio e l’ubriachezza; la sua cono- 
scenza nei minimi particolari delle abitudini 
dell'albergo; infine, la sua partenza inspiegabile: 
tutto questo passò come un lampo nella sua 
mente. 

Convinta di aver finalmente afferrato il filo del 
crimine, si domandò ancora: “È davvero possi- 
bile? Non sono forse vittima di un'illusione? E 
non era forse come se stessi sognando?” Proprio 
nel momento in cui ogni speranza le sfuggiva di 
mano, proprio nel momento in cui si vedeva 
sempre più impotente e disperata, improvvisa- 
mente il caso le aprì strade inaspettate; le fece toc- 
care la tanto ricercata verità e, indicandole Flo- 
quart seduto davanti a lei, Floquart che l'aveva ap- 
pena dominata in modo odioso, le sussurrò 
all'orecchio: “L'assassino, eccolo!” La gioia di 


poter finalmente salvare Giuliano, la paura di sba- 


215 


gliare, il terrore di veder fuggire Floquart da lei, 
tutte queste diverse e struggenti sensazioni colsero 
Elena in un sol colpo. Era in piedi, sconvolta. Flo- 
quart si girò e disse: 

— Se volete firmare... 

Cercò di scrivere il suo nome in fondo al fo- 
glio, ma la penna le tremava così tanto nelle dita 
che non ci riuscì. 

— Vi faccio paura? chiese Floquart. 

La signora Marcillac si irrigidì e firmò; poi, 
prima di restituire il biglietto al giardiniere, lo 
guardò ancora una volta e lesse; 

«Pagherò al signur...». 

Le sembrò più che mai di riconoscere nella 


scrittura la stessa mano che aveva tracciato: 


lunedì a tr... 


giovedì dal signur 


Piegò il foglio con calma e, porgendolo a Flo- 
quart, disse: 


— Partirete sicuramente domani? 


216 


— Sì. 

— Edè per molto tempo? 

— Ma certo, per molto tempo. 

Lei assunse un'aria distaccata, poi gli chiese: 

— Ah, è così! Chi la sostituirà? 

— Ce ne sono due. Prima padre Henrion e poi 
Pietro Louvet. 

— Ha avuto molti giorni di lavoro? 

— Sì, al mattino soprattutto. 

— Dove va il giovedì, negli ultimi tempi? 

— Da nessuna parte. Ah, sì; dovevo andare da 
un certo Bernard, a Saint-Severin; ma non sono 
partito per così poco. È come a Tréville, dove mi 
avevano chiesto... 

— AN! disse Elena, ascoltando con tutte le sue 
orecchie, dovevate andare a Treville? 

— Sì, lunedì... Come mi guardate! 

Elena, infatti, non gli toglieva gli occhi di 
dosso. 

— È lui, pensò, è lui! E sono sola, e non posso 


prenderlo per la gola, dirgli subito che conosco il 


217 


suo crimine, e consegnarlo ai carcerieri che lo 
aspettano! Ma lo rivedrò, è solo un rinvio. 

— A domani, dunque, mia bella signora, disse 
Floquart, che teneva ben nascosto in tasca il suo 
prezioso biglietto. 

— A domani! disse Elena. 

Lo vedeva andar via con una indicibile ango- 
scia, poi ne ascoltava i passi pesanti sulle scale. E, 
ogni volta che quel rumore, allontanandosi, le 
giungeva meno distinto, le prendeva il folle desi- 
derio di lanciarsi all'inseguimento di Floquart, 
come se temesse di non ritrovare il giorno dopo la 
preda che le era sfuggita. 

Quando si aprì la porta del pianterreno, la sua 
mano, che era già sul pomello della porta, spostò 
il catenaccio. Si ritrovò sui primi gradini della 
scala pronta a gridare: «Fermatelo, fermatelo!», 
ma avrebbe dovuto trattenersi. 

Andiamo, pensò, sono pazza! Tornerà. 


Restava così, con la mano sulla ringhiera, guar- 


218 


dando, fuori dalla finestra che si affacciava sul pia- 

nerottolo, Floquart che attraversava il giardino. 
Lui camminava, in apparenza tranquillo, mor- 

morando una canzone, di cui alcune frasi colpi- 


rono l’orecchio di Elena: 


Fu una sera che la brunetta 
Attraverso i campi andò soletta... 


— Dove l’ho sentita? Ah sì, era in albergo, mi 
ricordo... La voce di un ubriaco che non mi era 
sconosciuta... La voce di un uomo che esce dal 
caffè... Era prima del delitto! Dunque Floquart 
non è rimasto fino all’ora di chiusura, come ha 
cercato di convincermi... Perbacco! non poteva... 
Sì, è davvero la sinistra canzone che mi ha ragge- 


lata. 


Costò caro alla brunetta... 


E puntando il dito verso Floquart: 


— AR! l'uccello del malaugurio, è stato lui! 


219 


XIII 


Quando la signora Marcillac si sentì veramente 
liberata dall’odioso giogo di Floquart, quando 
ebbe fatto appello alla ragione per convincersi che 
quel disgraziato non avrebbe potuto mancare di 
tornare il giorno dopo, la sua impressione domi- 
nante fu quella di un piacere sconfinato. 

Giuliano stava quindi per essere sollevato 
dall'accusa infamante che gravava su di lui; stava 
per essere liberato, e da chi? Da lei! Che brusco 
raggiro della sorte! 

Fra tutta turbata, tutta incantata, tutta felice; 
si sentiva rinascere: viveva! 

Nel bel mezzo della gioia, però, le venne in 
mente un pensiero. Come doveva comportarsi 
con Floquart? 

Doveva, per precauzione, denunciarlo subito 
al marito o aspettare, per consegnarlo, fino alla 


sua visita del giorno dopo? Ovviamente, era ne- 


220 


cessario avvertire il marito; ma in che modo? in 
quali termini? 

Cercò una soluzione e si sentì subito turbata. 
Quale colpo poteva sferrare Floquart che non si 
sarebbe ritorto contro di lei? 

Poteva spiegare come le era stato rivelato il de- 
litto, senza mettersi personalmente in scena? 

Tutto ciò che doveva convincere i tribunali 
dell'innocenza di Giuliano era un’ammissione 
eclatante della sua presenza, di sé stessa, alla lo- 
canda del Cappello Rosso la sera dell’ 11. 

Quella canzone, udita sotto la finestra, che sta- 
biliva con precisione l'ora dell’uscita di Floquart; 
quei rumori significativi percepiti poco dopo nel 
corridoio e nella stanza vicina; e soprattutto quel 
ritaglio di giornale, quel pezzo di carta compro- 
mettente raccolto sotto la finestra, che evidente- 
mente era servito a sostenere l’intelaiatura della fi- 
nestra mentre veniva commesso il crimine, erano 
così tante prove che, forti nelle sue mani, si erge- 


vano formidabili contro di lei. 


221 


Sì, tutto attestava la sua presenza in albergo. 

Come spiegare cosa ci faceva lì? 

Senza dubbio, poteva sporgere contro Flo- 
quart una denuncia anonima; ma che peso 
avrebbe avuto una simile denuncia senza la mi- 
nima prova quando così terribili indizi accusa- 
vano Giuliano? 

Floquart, inoltre, doveva sentire da dove era 
partito il colpo che lo aveva raggiunto. Allora 
avrebbe ritrattato la sua precedente deposizione e, 
rendendo noto a Marcillac l'esatto percorso della 
lettera, gli avrebbe fatto apparire la sinistra verità. 

Così, in qualunque modo Elena avesse rivelato 
il segreto del delitto al marito, doveva cominciare 
col denunciare sé stessa. 

Per denunciare sé stessa, doveva andare da 
Marcillac e dirgli faccia a faccia: «La donna a cui 
avevate dato la vostra fiducia l’ha indegnamente 
tradita. Questo nome che portate con orgoglio, 
questo nome, puro fino ad ora, lei lo ha 


compromesso». 


222 


Colpire quest'uomo in ciò che aveva di più 
caro, il suo onore! Colpire sé stessa nel proprio or- 
goglio! Doversi piegare, arrossire! E poi dilungarsi 
in spiegazioni: «È successo così, e a tale ora». Do- 
vendo fornire dettagli, forse! Che tormento! 

L’idea di una simile confessione terrorizzava la 
signora Marcillac. Confessare, che cosa terribile! 
Fino a quel momento non aveva nemmeno osato 
pensarci. 

— Non farei mai una cosa simile, si disse. Che 
il mio silenzio compri dunque quello di Floquart! 

Chiuse gli occhi, come per gettare un velo tra 
le sue visioni e sé; ma si levò una voce imperiosa 
che ripeteva instancabile: “E Giuliano! E 
Giuliano!”. 

— Che vigliacca sono! esclamò alla fine, indi- 
gnata con sé stessa. Quando Giuliano si dedica a 
me con tanta generosità, dovrei restare in silenzio? 
No, non si dirà che l'ho sacrificato al mio 
egoismo; devo parlare; qualunque cosa accada, 


parlerò. 


223 


Con questi pensieri Elena attese il ritorno del 
marito. Ma qualunque fosse il suo proposito, per 
quanto si sforzasse di farlo con fermezza, tutto il 
suo coraggio la abbandonò non appena si trovò in 
presenza di Marcillac. Rimase in silenzio e, implo- 
rando sé stessa: 

— Ancora un momento! Non ho tempo fino 
a domani? 

La sera passò così, e anche la mattina seguente; 
ed Elena, piena di angosce, taceva, sempre sul 
punto di tradire, e sempre trattenendo, fino 
all'ultimo, il segreto fatale che stava per sfuggirle. 

— Speriamo però che Floquart non rinuncil... 
pensò. Per fortuna, il richiamo del guadagno deve 
riportarlo qui. È lo stesso se già se nè andato? Se 
un contrattempo, un incidente... non si sa mai 
cosa potrebbe succedere... 

Ma no, verrà. Verrà, e io non ho ancora detto 
nulla a Marcillac; non ho detto nulla; e il tempo 
passa, e tra un istante forse potrebbe essere 


troppo tardi. 


224 


Improvvisamente la porta si aprì. Entrò suo 
marito. 

Marcillac era vestito, pronto per uscire. Si di- 
resse verso Elena. 

— Mi hanno detto che è ancora qui, signora, 
quindi colgo l'occasione per affidarle alcuni docu- 
menti che devono venire a ritirare più tardi. Ma 
non si è cambiata d’abito? Pensavo che avesse pro- 
messo di andare al concerto che si terrà tra poco. 

— Sì, disse Elena, ma non ci andrò. 

— Siete indisposta? 

Lui la osservò con attenzione. 

— No, disse lei, distogliendo lo sguardo. 

Il marito le porse i fogli che teneva in mano; lei 
li prese tremando. 

— Softrite? disse Marcillac stringendo la mano 
di Elena nella sua. 

Si svincolò con forza. Lei si allontanò 
rapidamente. 

— No, ripeté, no, ve lo assicuro. 


— Le vostre mani scottano! 


225 


Lei non rispose. 

— Vi lascio, disse Marcillac, avviandosi verso 
la porta. 

Allora Elena capì che non era più possibile ta- 
cere; che l'esplosione, per quanto ritardata, sa- 
rebbe dovuta avvenire alla fine. Si alzò in piedi, 
turbata ma determinata, e toccando il marito con 
un dito mentre stava per aprire la porta, disse: 

— Signore... 

— Cosa c'è? 

— Devo parlarvi. 

— Che vi succede, signora? Sembrate fuori di 
voi. 

— Si tratta di cose gravi... molto gravi. 

Marcillac cercò di sedersi. Non gliene lasciò il 
tempo. 

— Il giovane arrestato per l'omicidio com- 
messo al Cappello Rosso, la notte dell’11, non è 
colpevole del crimine per cui è imputato. 


Il marito inarcò le sopracciglia. 


226 


— Come non colpevole! Eppure tutte le depo- 
sizioni lo accusano. 

— I testimoni si sbagliano! 

— Ma lui stesso ha reso una piena confessione. 

— Queste confessioni sono false! disse Elena. 

Marcillac attese un attimo prima di rispon- 
dere. Guardò in profondità negli occhi della 
moglie. 

— Che vi succede? 

— Non sto parlando con leggerezza, disse 
senza l'impressione di dare importanza all’enfasi 
con cui era stata posta la domanda: se dico che 
questo giovane è innocente, non è solo perché lo 
suppongo, ma perché ne sono certa. 

— Sicuro!, brontolò Marcillac con tono cupo. 

Si trattenne e, cercando di sorridere, disse: 

— Ci vuole una bella presunzione, signora! 
Quante volte, io stesso, anche con le prove in 
mano, ho ancora dubitato! 


— Tuttavia, se dovessi indicarvi il colpevole... 


227 


Marcillac, con gli occhi fissi al muro, rimase in 
silenzio. 

— Vi state chiedendo, vero, chi possa essere? 
Proseguì Elena. 

— No, disse lentamente il giudice istruttore. 
Mi chiedo quale interesse vi abbia spinta a cer- 
carlo... o inventarlo. 

— Inventarlo! 

— Senza dubbio. L'individuo che stiamo trat- 
tenendo non ha fornito le informazioni più detta- 
gliate su come il crimine è stato commesso da lui? 
Che cosè questo cosiddetto colpevole che si vor- 
rebbe adesso mettere in mezzo alle mie indagini? 
Vi siete sbagliata, signora. Vi siete lasciata raggi- 
rare, senza dubbio, da persone che avevano inte- 
resse a portarci fuori strada; ma la giustizia non 
tiene conto degli interessi privati: continuerà il 
suo corso. Finiamola qui, per favore. 

Lui fece un passo come per ritirarsi. Lei lo 
fermò e, con una voce che l'emozione faceva 


tremare: 


228 


— Giustizia! dite voi, è in nome della giustizia, 
è possibile! che vi rifiutate di ascoltare qualsiasi 
nuova spiegazione che contraddica le vostre idee 
preconcette. Tuttavia, se vi dico sul mio onore 
che l’accusato è innocente, se vi dico che lo so, se 
vi dico... 

— Tacete! disse Marcillac, facendo il gesto di 
chiudere la bocca. 

— Se vi dico che ero lì! gridò Elena, tagliando i 
ponti dietro di sé. 

Un lampo di rabbia attraversò gli occhi di 
Marcillac 

— Lo so bene! disse. 

— Lo sapevate! gridò Elena con un'esplosione 
di rabbia, lo sapevate e avete taciuto! E il nome 
dell’accusato, lo sapevate anche voi, forse? 

— Giuliano Grandier, disse Marcillac con 
amaro disprezzo. 

— Sì, Giuliano Grandier, Giuliano, che è in- 
nocente dell’atroce crimine di cui è accusato. Mio 


Dio, nemmeno voi potete ignorare la sua inno- 


229 


cenza. Vi è ben nota... Vi piace credere a questi 
falsi pretesti, non è vero? A queste false confes- 
sioni che solo la devozione avrebbe potuto estor- 
cere? Il caso vi ha lanciato il vostro nemico e voi lo 
trovate una buona preda; vi ha fatto diventare 
l'osservatore dei suoi giudici e, con gioia, dite a voi 
stesso: “Sarà condannato!” Questa è la vostra ven- 
detta, per voi. È indegno! 

Marcillac voleva fermarla di nuovo con il suo 
gesto. 

— Parlerò lo stesso, disse Elena. Mi ascolterete 
fino alla fine. 

La giovane non era più padrona di sé stessa. Li- 
bera ora da ogni freno, sbarazzatasi in un sol 
colpo di tutti i terrori che appena un momento 
prima l'avevano sopraffatta, si lasciava andare 
senza freni al folle sfogo della sua anima indi- 
gnata. Bollente di rabbia, altera, risoluta, guardava 
il marito, facendo sibilare la sua voce chiara e vi- 
brante intorno a lui come una frusta vendicatrice. 


— È così che pensate di adempiere all’austero 


230 


mandato che vi è stato affidato! Sono dunque 
questi i vostri pensieri, voi uomo di diritto, che 
tutti qui salutano come l’immagine vivente 
dell’onore! 

Marcillac si nascose dolorosamente la testa tra 
le mani. Si sentiva che dentro di lui era in corso 
una lotta terribile. 

Da una parte, il diritto, l'onestà, la giustizia; 
dall’altra, tutte le sue idee di vendetta che si erano 
accumulate per tanto tempo, e di giorno in 
giorno si accrescevano in modo così sordo. Una 
lotta di pensiero, struggente da considerare come 
tutte le lotte di forza, una lotta mortale anche, 
una lotta atroce! 

— Sì, parlerò, continuò Elena ferocemente, e 
se la vostra ragione si rifiuta di ascoltarmi, farò ap- 
pello a tutto ciò che di leale e cavalleresco c'è in 
voi. Mi aggrapperò alla vostra mente come un ri- 
morso perenne. Vedremo se il sentimento di ge- 
losia in un Marcillac è più forte di quello della ve- 


rità. Ah, non aspettatevi il silenzio da me: quello 


231 


che dico qui, lo dirò ovunque, a tutti! Lo ripeterò 
ovunque, a tutti! 

Marcillac si tirò su con uno sforzo enorme. 

— Gli altri, gridò, diranno, come me, che voi 
siete pazza! Si chiederanno se sia sufficiente che 
Giuliano Grandier sia il vostro amante per scagio- 
narlo in tribunale; pretenderanno delle prove. 

— Prove? Ho le prove. 

— Conoscete il colpevole? 

Il campanello era appena suonato. Andò alla 
porta e la aprì. 

— Si calmi, signora, disse Marcillac, stanno 
arrivando. 

Era la cameriera. Elena scambiò con lei 
qualche rapida parola; poi, tornando dal marito, 
disse: 

— Volete conoscere l'assassino del 
bell’Antonio? 

Floquart apparve sulla porta rimasta aperta. 


Gli corse incontro, lo afferrò per il colletto e lo 


232 


trascinò fino al centro della stanza con il ruggito 
di una leonessa furiosa: 

— Ecco, l’assassino del bell’Antonio, guardate! 

Floquart, sorpreso, sconcertato, stordito, era 
diventato livido. Barcollò all’indietro; ma Elena lo 
trattenne con una presa di ferro. 

Con uno scatto violento raddrizzò Floquart 
che, inciampando, cadde ai piedi di Marcillac. 

— Confessa, gli disse Elena, miserabile, 
confessa! 

Floquart balbettava parole insensate. 

— Ah, cerchereste invano di mentire, perché le 
prove sono nelle mie mani. Siete entrato dalla fi- 
nestra, non è vero? Io ero lì! 

E, ricordando gli indizi che il marito le aveva 
dato il giorno dopo il delitto, continuò con voce 
dura: 

— Quando sei entrato nella stanza, l’uomo 
stava dormendo. Io so tutto, vedi. Così hai cer- 
cato nel tavolino, hai frugato tra gli effetti perso- 


nali; stava ancora dormendo. Ti sei avvicinato a 


233 


lui, hai tastato il borsellino sotto il cuscino; hai ti- 
rato il borsellino verso di te; l’uomo si è svegliato, 
voleva difendersi; lo hai colpito... perché avevi un 
coltello pronto. Da dove veniva questo coltello? 

Floquart girò la testa di lato, facendo lampeg- 
giare gli occhi rossi. 

— Ah! Mormorò, voi avete visto... 

— Da dove viene il coltello? disse Elena con 
tono imperativo. 

— Beh, l’ho preso dal tavolo, mentre il viaggia- 
tore stava cenando... 

— E dovè il denaro?... 

— Basta, disse Marcillac, interrogherò io stesso 
questo bandito. Vi prego solo di informare imme- 
diatamente la polizia. 

Floquart si alzò, con lo sguardo rivolto verso 
Elena. 

— Allora, disse con aria comprensiva, posso ri- 
ferire tutto al signore? 

— Ditegli tutto, rispose ad alta voce la signora 


Marcillac. 


234 


Poi, a mezza voce, rivolta a suo marito: 
— Adesso fate violenza alla vostra coscienza, se 


potete! 


235 


XIV 


Se Marcillac aveva potuto, fino ad allora, riu- 
scire a nascondere a sé stesso la verità, sarebbe 
stato impossibile che dopo l’interrogatorio di Flo- 
quart avesse ancora dei dubbi. Quest'uomo forte 
era abbattuto. 

Restò a lungo immerso nei suoi pensieri, silen- 
zioso, truce, dopo che la porta si era richiusa sul 
vero assassino che i gendarmi stavano ammanet- 
tando. 

Alla fine, il marito di Elena si alzò, prese il cap- 
pello e andò a fare una passeggiata in giardino. 
Quando rientrò nella sua camera, non c'era più 
traccia di turbamento in lui; era cupo, ma i suoi li- 
neamenti riposati mostravano ferma decisione. 

Si mise a tavolino e cominciò immediatamente 
la stesura di un rapporto per ottenere dalla ca- 
mera di consiglio la liberazione di Giuliano Gran- 


dier, giustificandone l'innocenza. La notte lo sor- 


236 


prese impegnato in questo lavoro, che coscienzio- 
samente completò senza un attimo di agitazione, 
senza un sospiro, senza un lamento, sempre 
freddo e misurato. 

Prima di andare a letto, sistemò parecchi docu- 
menti, scartandone alcuni, raccogliendone altri, 
aggiungendo qualche annotazione. 

Al mattino, uscì prima che sua moglie si fosse 
alzata, fece due o tre commissioni rese necessarie 
dall’urgenza della situazione, uscì di buonora dal 
tribunale con un’ordinanza di non luogo a proce- 
dere, quindi si recò in carcere, dove chiese che gli 
fosse condotto Giuliano. 

— Signor Grandier, gli riferì con freddezza, 
siete libero. 

Giuliano lo squadrò dalla testa ai piedi, con 
stupore. 

— Non si meravigli, proseguì Marcillac; il vero 
colpevole è nelle nostre mani. 


Il giovane mantenne un'aria di sfida, ma al 


237 


contempo ansiosa, come se sentisse che la sfor- 
tuna si era abbattuta su di loro. 

— Non siete voi l’assassino del bell’Antonio, 
disse Marcillac, lo so ormai; ma voi siete l’uomo 
che mi ha colpito in ciò che ho di più caro: siete 
l'assassino del mio onore e, posso dire, della mia 
felicità. Vi restituisco la libertà, nella mia co- 
scienza di giudice; ma, nella mia coscienza di ma- 
rito oltraggiato, vi odio e vi disprezzo! 

— Signore! disse Giuliano, badate a non ol- 
traggiare, insultando me, chi ha diritto al rispetto 
di entrambi! 

— Così sia; vi dirò soltanto, signore, che le 
porte di questa prigione vi saranno aperte tra 
poco; ma noi dobbiamo ritrovarci altrove. Non ci 
saranno più un giudice e un accusato; ci saranno 
due uomini che si maledicono a vicenda e che, da 
oggi in poi, non dovranno mai più incontrarsi. 

— AR! avete ragione, disse Giuliano, uno di 
noi deve morire. 


— È quello che mi sono detto, signore, prima 


238 


di venire qui. Vi propongo quindi l’unico duello 
possibile tra noi, l’unico equo d'altronde, quello 
che decide il caso. La pistola a tre passi, con una 
sola arma carica: per voi va bene? 

— Per me va bene. 

— Porterò le pistole. Non crede che i testi- 
moni siano utili? 

— Per nulla. 

— Dove vi troverò? 

— Al bosco Fiorito, dietro al sobborgo di San 
Severino. 

— Fra quanto tempo? 

— Fra un'ora. 

— Ci sarò, disse Giuliano. 

I due si separarono. 

Marcillac tornò a casa, preparò le pistole, si- 
stemò ancora diversi documenti. 

Mentre apriva un cassetto, qualcosa colpì do- 
lorosamente il suo sguardo, tanto che lo richiuse 
ben presto. 


Tuttavia, dopo un attimo di indecisione, lo 


239 


riaprì e ne estrasse un piccolo ritratto, che iniziò a 
considerare con amara tenerezza. Era un ritratto 
di Elena da giovane; mentre lo guardava, i suoi 
occhi si oscurarono e una lacrima gli scese lenta- 
mente sulla guancia. 

— Ahi! pensò, se dovessi morire! Morire senza 
rivederla! Oh no! 

Aprì la porta, ma si fermò quasi subito sulla 
soglia. Che gli avrebbe detto? Non avrebbe indo- 
vinato, con la sua confusione, cosa stava 
accadendo? 

— Sarò calmo, pensò. 

Fece un passo e si fermò, due passi e si fermò 
ancora. Era oppresso, quasi vacillante. Infine, non 
trattenendosi più, prese il coraggio a due mani e 
andò difilato alla porta di Elena. 

Al rumore dei suoi passi, la porta si aprì. 

— Oh, signore, signore, non entrate, la signora 
sta riposando... disse la cameriera spaventata, con 
una mano fermò il suo padrone e con l’altra chiu- 


deva la porta su di lui. 


240 


— Lasciate fare, disse Marcillac, fingendo di 
scostarla. 

— Ha appena avuto un attacco, povera si- 
gnora! Ora sta un po’ meglio; sta riposando. Oh, 
non svegliatela! 

— Non la sveglierò, non si preoccupi. 

E poiché la ragazza lo tratteneva ancora: 

— Non voglio entrare, disse dolcemente. Che 
la veda lì, solo ancora una volta, attraverso la 
porta; è tutto ciò che chiedo. 

La cameriera spalancò gli occhi guardandolo. 
Era davvero il suo padrone che aveva sentito? Si 
appoggiò alla porta, senza lasciare il pomello. 
Marcillac fece un passo avanti. 

Elena era in fondo alla stanza, distesa sul letto 
con la lunga veste cadente, la testa pallida e stretta 
in un groviglio di capelli neri. I suoi respiri brevi 
facevano sporgere ripetutamente la seta scura del 
corpetto sullo sfondo chiaro del lenzuolo. Le sue 


mani, quasi diafane, nelle quali era stato ritagliato 


241 


l’ovale di un delicato cammeo, erano congiunte 
come in segno di desolazione o di preghiera. 

Marcillac la contemplò a lungo con angoscia, e 
ogni volta che un sospiro di oppressione affiorava 
sulle labbra della povera donna addormentata, 
sembrava che tutta la sofferenza fosse per lui. A 
un movimento di Elena, la cameriera le toccò la 
mano. 

— Addio, mormorò, miei amori infranti! 

E, lanciando un ultimo sguardo alla stanza, 
aggiunse: 

— Addio anche a te, piccola stanza che prepa- 
ravo con tanta cura per riceverla, piccola stanza 
che poteva essere il nido della sua felicità! 

Fuggiì, inseguito da questo pensiero. Di nuovo 
solo nella sua stanza, prese il piccolo ritratto e lo 
ricoprì, con frenesia, di baci e di lacrime. 

Tuttavia, un rintocco del pendolo gli ram- 
mentò che era ora di andare. Si asciugò gli occhi, 


indossò il soprabito, mise il cappello e nascose 


242 


l’astuccio delle pistole sotto i vestiti come meglio 
poteva; poi... 

Poi, al momento d’uscire, si fermò ancora, 
tornò verso il tavolino che aveva appena lasciato, e 
su una pagina bianca scrisse: 

« Elena, vi perdono». 

Allora uscì e andò verso il bosco che gli aveva 
indicato Giuliano. 

Il tempo era triste, brumoso, umido. Mentre 
camminava, Marcillac fu sorpreso dalla pioggia, 
una pioggerella fine e penetrante. Affrettò il 
passo, perché aveva freddo. Tutte le tenebre della 
natura erano nel suo cuore. 

Giuliano lo aspettava all’inizio del bosco, acco- 
vacciato alla base di un albero. Alla sua vista, si 
alzò. I due, senza dire altro, si salutarono. 

— Da che parte? chiese laconicamente 
Giuliano. 

— Non importa; di là, se volete. 

Passarono sotto gli alberi fino alla prima 


radura. 


243 


Arrivati là, Marcillac si tolse il cappotto e, por- 
gendo a Giuliano l’astuccio con le pistole, disse: 

— Se volete caricarle... 

— Quanti colpi? 

— Due. 

— Ecco a voi. 

Giuliano prese l’astuccio e l’aprì. 

Mentre preparava le armi, Marcillac tirò fuori 
dalla tasca un blocchetto da cui strappò un foglio 
su cui aveva scritto a matita: 

« Chi di noi due dovesse soccombere, dichiara 
in anticipo di essere stato ucciso in un combatti- 
mento leale e prega che il suo avversario sia la- 
sciato in pace». 

Lo firmò Marcillac, quindi porse il biglietto a 
Giuliano che stava terminando di caricare una 
delle pistole. Giuliano prese il biglietto, chiese la 
matita e lo firmò a sua volta. 

— Adesso, siamo pronti? 


Il giudice istruttore fece un segno di approva- 


244 


zione con la testa. Giuliano andò a prendere le pi- 
stole, che offrì alla scelta dell’avversario. 

Marcillac ne afferrò una e fece un passo 
indietro. 

— Sono abbastanza tre passi, che ve ne 
sembra? 

— Saranno due, se volete, disse Giuliano 
avvicinandosi. 

Stavano per abbassare le armi. 

— Al momento di sfidare la morte, disse Mar- 
cillac, non avete un’ultima volontà da affidarmi? 

— Nessuna, disse Giuliano. 

E aggiunse: 

— Non avete altro da dirmi? 

— Le sarei grato, disse Marcillac, se fossi col- 
pito, di non farmi trasportare a casa. È un brutto 
spettacolo quello di un moribondo o di un morto 
per una donna. Sarete così gentile da informare 
uno dei miei familiari, Vimeux, che vive qui vi- 
cino. Chiunque saprà indicarvi la sua abitazione. 


— Sarà fatto come desiderate, disse Giuliano. 


245 


Ci fu un attimo di silenzio struggente durante 
il quale i due presero la mira. 

Giuliano fece fuoco per primo. Marcillac 
cadde. 

Il giovanotto rimase immobile per un attimo, 
guardando con terrore il sangue che sprizzava da 
una ferita ricevuta da Marcillac alla testa e goccio- 
lava dai capelli sul terreno umido. 

Quando gettò la pistola per portargli soccorso, 
il corpo non era altro che una massa inerte. Sbot- 
tonò il panciotto del suo avversario, gli appoggiò 
la mano sul petto: il cuore non batteva più. Al- 
lora, richiuse le pistole, ricoprì il morto con il cap- 
potto e riprese, piombato nello smarrimento, la 


strada per la città. 


* * 


L'indomani mattina, al risveglio, fu consegnata 
a Giuliano, nella camera d'albergo dove aveva pas- 
sato la notte, una lettera la cui grafia lo fece 


trasalire. 


246 


Strappò nervosamente la busta e lesse: 

« Giuliano, 

Nel momento in cui riceverete questa lettera, 
io avrò già trovato rifugio in un convento. Non 
cercate di rivedermi. Fra di noi scorre del 


sangue». 


FINE 


247 


1 


3. 


Note del curatore 


Robert Lovelace è l'amante libertino protagonista 
del romanzo Clarissa, or, the History of a Young 
Lady (1748) di Samuel Richardson. Curioso che 
appunto Clarissa sia il nome dell’amica confidente 
di Elena. 

Nell’originale si legge moncieur invece di monsieur: 
“Une seule chose frappa madame de Marcillac, le 
mot moncieur, écrit par un c.”. 

Moscardini (Muscadins) erano chiamati (dal 
profumo di muschio che preferivano) gli 
aristocratici francesi, sostenitori della monarchia 


durante la prima repubblica. 


248 


Notizia bio-bibliografica 


Paul Parfait! (Parigi, 23 ottobre 1841 - 24 ottobre 
1881), secondogenito di Élisabeth Charlotte Dal- 


loyau e del giornalista e deputato Noél Parfait 
(Chartres, 28 novembre 1813 — 19 novembre 1896), 


compì gli studi in Belgio, dove il padre era in 
esilio, ospite a Bruxelles di Alexandre Dumas,” di 
cui anche Paul fu quindi segretario durante il 


viaggio in Sicilia nel 1860.5 Riposa a Parigi nella 


1. Silegga almeno il necrologio (4 novembre 1881) scritto 
da Jules Troubat, Le blason de la Révolution, Paris, 
Alphonse Lemerre, 1883, pp. 279-287. 

2 Desumiamole notizie dalla prefazione di Jules Claretie 
a Petit-Pierre, Paris, C. Lévy, 1884, pp. XIII. 

3. Il nome di Paolo Parfait (così italianizzato) si legge nelle 
memorie di Dumas in Sicilia al seguito di Giuseppe 
Garibaldi, menzionato insieme a Edoardo Lockroy 
come “compagni di viaggio” e definito “il più giovane e 
ardente della brigata” (Memorie di Giuseppe Garibaldi 
pubblicate d'Alessandro Dumas sulle note originali 
fornitegli dallo stesso Garibaldi in Sicilia, Palermo, 
Stamperia G. B. Gaudiano, 1861, vol. III, p. 66). 


249 


tomba di famiglia al cimitero di Père-Lachaise.* 

Esordì come narratore a sedici anni con Les 
trois présents du diable. Conte fantastique (1857). 
Pubblicò quindi in volume: L assassin du bel An- 
toine (Paris, Michel Lévy, 1873); La seconde vie de 
Marius Robert (2° éd., Paris, M. Lévy, 1875); 
L’agent secret (Paris, Calmann Lévy, 1877);° Les 
audaces de Ludovic e altri racconti (Paris, C. Levy, 
1878). 

Notevole successo ebbe il saggio L'Arsenal de 
la dévotion: notes pour servir à l’histoire des super- 
stitions (8° ed. Paris, G. Decaux, 1876), seguito da 
Le dossier des pèlerinages: suite de l'Arsenal della 
dévotion (Paris, Chez tous les libraires, 1877) e da 


4 Cfr. Jules Moiroux, Le cimetière du Père-Lachaise, 
Paris, A. Maréchal, 1908, p. 264; Domenico Gabrielli, 
Dictionnaire historique du Père-Lachaise, Paris, Les 
éditions de l’amateur, 2002, p. 235. 

5 Pubblicato nel volume di Claude Vignon, Cortes à 
faire peure, Leipzig, Diirr, 1857, vol. II, pp. 171-215. 

6 Uscito prima a puntate sulla rivista parigina “Le 
Rappel”, dal num. 2131 (10 gennaio 1876) al num. 
2223 (11 aprile 1876). 


250 


La foire aux reliques (Paris, Maurice Dreyfous, 
1878). Autore drammatico, scrisse per il teatro: Co- 
quetterie d'une beure (Bruxelles, Théàtre Molière, 6 
novembre 1858); Le Zouave est en bas! (con 
Édouard Lockroy; Parigi, Théàtre des Bouffes-Pari- 
siens, 25 aprile 1868; ed. Paris, M. Lévy, 1868); Les 
bottes du capitaine (Marsiglia, Théàtre du Gym- 
nase, 4 maggio 1878; ed. Paris, C. Lévy, 1879); Les 
Mouchards (con Jules Moinaux; Avignon, Théatre 
de l’Ambigu-Comique, 9 giugno 1880). 

Postumi: Croqguis Parisiens (Paris, Librairie il- 
lustrée — Maurice Dreyfous, 1882); Petit-Pierre. 
La maison du juif. La chouette. La morte fiancée 
(pref. di Jules Claretie, Paris, C. Lévy, 1884). 
Come giornalista, si firmò anche con gli pseudo- 
nimi Richard Scott, de Morancez, Dick-Muller, 


Francis Richard.? 


7. Cfr. EdmondStoullig, Les Annales du thédtre et de la 
musique, Paris, Charpentier, 1881, vol. 6, pp. 571-579; 
Auguste Vitu, Les milles et une nuits du thédtre, Paris, 
Paul Ollendorff, 1891, vol. 8, pp. 62-65. 


251 


Prima edizione 
e traduzioni del romanzo 


Il romanzo uscì per la prima volta in Francia 
nel 1869 come fezilleton, sulla rivista “Le Gau- 
lois” di Parigi, a. II, dal num. 457 (5 ottobre 
1869) al num. 482 (30 ottobre 1869). Fu pubbli- 
cato quindi in volume da Michel Lévy nel 1873 
(la mia traduzione è conforme a questa edizione). 

Ho rintracciato finora tre traduzioni, tutte 
anonime. La prima, in lingua tedesca, con il titolo 
Der Mord im Nebenzimmer (“L'omicidio nella 
stanza accanto”), nel settimanale “Illustrirtes 
Kreuzerblatt® di Augusta, a. IV, 1871, dal num. 
40, pp. 158-19, al num. 52, pp. 206-208.’ La se- 
8. Georges d’Heylli [Antoine Edmond Poinsot], 

Dictionnaire des pseudonymes, Paris, Dentu, 1887, p. 

402. 

9 Silegge quindialle pp. 61-164 di un volume 

(pubblicato senza indicazione di data, ma 1871, a 

Berlino da B. Brigl) che contiene anche il racconto Fix 


verrathenes Herz di Ernst Pitawall, pseudonimo di 
Eugen Hermann von Dedenroth (5 marzo 1829 - 16 


252 


conda, in italiano, con il titolo Notte sciagurata!, 
su “L’Adige” di Verona, dal n. 161 (16 giugno 
1883) al n. 196 (21 luglio 1883).!° La terza, 


sempre in italiano, con il titolo L'assassinio del 


bell'Antonio. Romanzo di Paolo Parfait, apparve 


dieci anni dopo su “La Tribuna: supplemento il- 


lustrato della Domenica”, a. I, dal num. 13 (26 


marzo 1893), pp. 103-104, al num. 19 (7 maggio 
1893), pp. 151-152. 


Il romanzo di Parfait diede materia! al dram- 


ottobre 1887). 


10 


11 


Non mi è stato possibile consultare personalmente la 
rivista; ho desunto la notizia dalla tesi di dottorato di 
Marianna Bringhenti, Letteratura e cultura nei periodici 
veronesi di fine Ottocento, Università degli Studi di 
Verona, Dipartimento di Filologia, Letteratura e 
Linguistica, Dottorato di ricerca in Letteratura e 
Filologia (coordinatore Giuseppe Chiecchi), Ciclo 
XXIII, 2011, p. 146, nota 225. 

«M. Victorien Sardou a du malheur. Ne voilà-t-il pas 
M. Paul Parfait, un de nos jeunes littérateurs les plus 
estimés, qui réclame sa part de paternité de Ferréol ? 
Une lettre, qui paraît dans les journaux, raconte que le 
sujet et les personnages de la pièce sont empruntés à un 


253 


maturgo Victorien Sardou (Parigi, 5 settembre 1831 — 
8 novembre 1908) per la composizione del dramma 
giudiziario poliziesco Ferréol (1875), che ne ri- 
calca la trama.!° Dall’opera teatrale di Sardou fu- 


rono ricavate quarant'anni dopo le sceneggiature 


roman publié en feuilleton, en 1869 et en volume en 
1873. Qu'en dit M. Sardou? Franchement, il ne suffit 
pas, pour avoir le droit de prendre les Pommes du 
voisin, de savoir les faire cuire» (“Paris à l’eau-forte: 
actualité, curiosité, fantaisie”, Paris, R. Lesclide, vol. 8, 
num. 135, 28 novembre 1875, p. 94: “Victorien Sardou 
è sfortunato. Paul Parfait, uno dei nostri giovani 
scrittori più stimati, non rivendica la sua parte della 
paternità di Ferréol? Una lettera, apparsa sui giornali, 
dice che il soggetto e i personaggi dell’opera sono stati 
tratti da un romanzo pubblicato a puntate nel 1869 e 
in volume nel 1873. Cosa ne dice Sardou? Francamente 
non basta, per avere il diritto di prendere le mele del 
vicino, saperle cucinare”). Il dramma di Sardou però a 
sua volta potrebbe risalire ad un precedente racconto: 
Un début dans la magistrature, di Jules Sandeau (Paris, 
Michel Lévy, 1863), rielaborato tuttavia in maniera tale 
che «the plot was unrecognisable» (Jerome Alfred 
Hart -, Sardou and the Sardou Plays, Philadelphia- 
London, J.B. Lippincott Company, 1913, p. 316). 


254 


per tre film. Il primo, con il titolo Ferreol, fu gi- 
rato in Italia dal regista Edoardo Bencivenga 
(Roma, Caesar Film, 1916). Il secondo è: Ferreol. 
Ein Kampf zwischen Liebe und Pflicht (“Ferréol. 
Un conflitto tra amore e dovere”), sceneggiato e 
diretto da Franz Hofer (Berlino, Olaf-Film 
GmbH, 1920). La terza versione cinematografica 
è procurata da Lothar Mendes, regista di A Night 
of Mystery (“Una notte di mistero”, sceneggiatura 
di Ernest Vajda e Herman J. Mankiewicz, Para- 
mount, 1928). 

Sennonché, come dichiara J. Claretie recen- 


sendo il romanzo," Parfait sembra abbia derivato 


12 Tradotto in italiano da Vittorio Bersezio: Ferréol: 
commedia in quattro atti, Milano, Libreria editrice, 
1879; Milano, Treves, 1897. Si legga la recensione di 
Augusto Franchetti nella Rassegna drammatica della 
“Nuova Antologia”, XXXI, 4, 1876, pp. 894-896. 

13. Jules Claretie, Bulletin bibliographique, 
“L’Illustration”, a. 31, vol. 62, num. 1599, 18 ottobre 
1873: «La Chambre bleue, de Prosper Mérimée, nous 
montrait deux amoureux fort dépités en entendant, 
dans une chambre d’auberge, le bruit de la chute d’un 


255 


a sua volta l’idea portante del romanzo (l’incontro 
degli amanti nella stanza d’albergo, con l'omicidio 
nella camera accanto) dal racconto di Prosper Mé- 
rimée, La Chambre bleue, pubblicato nel 1866. 


corps et se croyant les témoins de auditu d’un crime 
commis, pour parler comme au théàtre, à la cantonade. 
Ce que Mérimée prit au comique, M. Paul Parfait l’a 
pris au tragique dans ce roman [...] très-rapide, très- 
émouvant, écrit d’un style preste et pittoresque. C'est 
un roman tout à fait attachant qui, transporté au 
théatre, ferait un excellent drame. Je féliciterai surtout 
M. Paul Parfait d’avoir écrit lì, non pas un récit de cour 
d’assises, comme nous en avons tant et trop lu, mais un 
roman de passion où la perspective du supplice ne fait 
que montrer sous un jour plus sympathique les nobles 
caractères des personnages. Il y a un écrivain 
remarquable et un romancier de race chez M. Paul 
Parfait, qu'on connaissait déjà pour un polémiste 
érudit, spirituel et incisif» . 


256 


Crediti 
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L'assassino del bell’Antonio 
Il dell’Antonio è un giovane sui ventiquattro anni, figlio di un ricco 
possidente. Per occuparsi degli aftari del padre si reca a V., dove, nella 
locanda del Cappello Rosso, viene ucciso durante il sonno. Sulla vicenda 
inizia a indagare il giudice istruttore Marcillac. Il primo esito dell’inchiesta 
porta a sospettare come esecutore dell'omicidio un uomo, la cui vera 
identità costituisce per il giudice una sconvolgente rivelazione. 
Paul Parfait 

Paul Parfait (1841-1881) compì gli studi in Belgio, dove il padre, il 
giornalista e deputato Noél Parfait, era in esilio, ospite a Bruxelles di 
Alexandre Dumas, di cui anche Paul fu quindi segretario durante il 
viaggio in Sicilia nel 1860. Esordì come narratore a sedici anni con Les 
trois présents du diable. Conte fantastique (1857). Pubblicò poi: L'assassin 
du bel Antoine (1869), La seconde vie de Marius Robert (1875), L’agent 
secret (1877), Les audaces de Ludovic e altri racconti (1878); postumi: 
Croquis Parisiens (1882) e Petit-Pierre (1884). Notevole successo ebbe il 
saggio L’'Arsenal de la devotion: notes pour servir à l'’histoire des 
superstitions (8° ed. 1876), seguito da Le dossier des pèlerinages (1877) e La 
foire aux reliques (1878). Scrisse anche per il teatro. Riposa a Parigi nella 
tomba di famiglia al cimitero di Père-Lachaise. 


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